La nave di Torre Flavia

Non molti sanno che, proprio davanti a Torre Flavia, ad una profondità di 12 metri, giace il relitto di una nave romana adagiato su un fondale fangoso formato dai depositi alluvionali del Tevere. Il fortunato rinvenimento, avvenne poco più di una ventina di anni fa ad opera di quattro subacquei romani.

Iniziato lo scavo del giacimento, che si presentava come un ammasso di pezzi rotti di grandi dolia, vennero alla luce le strutture lignee di un antica imbarcazione ancora discretamente conservata. Si scoprì la parte centrale dello scafo completo del fascione esterno, dei madieri, dell'ossatura portante della nave, si rintracciò una parte del tavolato di fondo della stiva e persino il punto dove era collocato l'incasso quadrangolare per l'impianto dell'albero maestro. A giudicare dall'estensione del giacimento e dalle dimensioni dei legni messi in luce, la nave naufragata a Ladispoli raggiunge le dimensioni di poco più di 20 metri di lunghezza e circa 5 metri di larghezza. Da calcoli fatti, essa doveva contenere circa una quindicina di grandi dolia con capacità anche superiore a duemila litri ognuno, con il peso che gravava tutto nella parte centrale dello scafo.

A poppa e a prua, dove la nave si restringeva, per sfruttare al massimo la possibilità di carico era stato invece sistemato un buon numero di anfore. Un'abbondante documentazione della vita di bordo proviene dalla zona di poppa dove erano sistemate la cabina e la cucina della nave. Comprende per lo più vasellame di cucina e da mensa tra cui tegami e pentole di vario tipo e grandezza, vasetti, coppe e piatti anche di discreta qualità. Alcuni di essi sono sicuramente di produzione aretina come indicano i timbri dei vasai di Arezzo impressi su di essi. Ed è questo un elemento assai utile per datare la nave ai primi anni del primo secolo dopo Cristo. Nel pieno quindi dell'eta augustea.

Alla coltre protettiva del sedimento fangoso che li ricopriva si deve inoltre l'eccezionale conservazione di alcune parti in legno della mobilia che arredava la cabina. Particolarmente pregevoli sono alcuni ornamenti di una spalliera di un letto che, decorata con modanature e intarsi, culminava con la testina di un'anatra, i cui alloggiamenti vuoti nel capo e nel becco stanno a indicare che in origine essa era impreziosita da pietruzze colorate incastonate. Ancora più insolito è stato il ritrovamento di una cassettina di legno chiusa da una minuscola serratura di bronzo. Non senza sorpresa si è constatato che essa costudiva capsule vegetali di coriandolo e di cumino. Ambedue queste sostanze erano largamente impiegate nelle cure mediche. In particolare il coriandolo e il cumino erano impiegati soprattutto per curare malanni di stomaco, immancabili a bordo di una nave antica.

Come sempre accade, l'utilità di scoperte del genere, consiste soprattutto nel grande flusso di importanti informazioni e notizie che esse ci forniscono. Ad esempio uno dei risultati più importanti scaturito dallo scavo del relitto di Ladispoli proviene dall'osservazione dei bolli che erano apposti sui dolia alcuni dei quali si sono potuti leggere soltanto dopo il recupero perché non visibili sott'acqua in quanto completamente ricoperti da incrostazioni marine.

Anche in questo caso, come già su altri relitti di navi che trasportavano dolia, scoperti lungo le coste francesi, i bolli portavano i nomi della famiglia dei Piranii che risulta attestata nella zona di Minturno. A Minturno, importante porto del Lazio Meridionale all'imbocco del Garigliano, facevano capo i prodotti dell'entroterra costituiti soprattutto da vino. I vini Falerno e Cecubo che erano prodotti appunto in quelle zone. L'importanza di aver stabilito la provenienza dei dolia risiede nel fatto che fino ad oggi si riteneva che al principio del primo secolo dopo Cristo,le esportazioni del vino italiano in Gallia e in Spagna avessero subito un forte calo per il semplice fatto che di anfore contenenti vino se ne trovavano assai meno che nei periodi precedenti. La scoperta di questi nuovi contenitori che, probabilmente, una volta giunti a destinazione non sbarcavano dalle navi ma venivano svuotati del loro contenuti, ha portato a riconsiderare tutta una serie di problemi relativi al trasporto delle merci.

Infine, un altro dato interessante si poté ricavare osservando la parte centrale dello scafo, più esattamente il suo fondo, da cui si ebbe la conferma dell'adozione sulle navi da carico romane di un interessante accorgimento tecnico relativo all'armamento e al buon funzionamento della nave: nel canaletto di sentina dove confluivano le acque di infiltrazione della stiva vennero rinvenuti una dozzina di dischetti di legno, forati al centro. Essi appartenevano all'ingranaggio interno di una pompa idraulica azionata manualmente in modo da aspirare l'acqua della sentina.

Angelo Ciofi

Novembre 2002

 

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