La lingua etrusca

I reperti della civiltà etrusca pongono senza dubbio questo popolo in una condizione particolare all'interno dell'Italia dell'VIII-IX secolo per l'eccezionalità della bellezza dei manufatti e per lo sviluppo economico che essi mostrano. Vi è un altro tratto che li rende diversi, anzi unici tra le popolazioni che all' epoca occupavano il suolo della penisola: la lingua.

Come è noto gli etruschi furono i primi, insieme ai Greci di Cuma, ad usare sul suolo italiano l'alfabeto come lo concepiamo oggi, cioè un sistema di trascrizione in cui ad ogni lettera corrisponde un suono funzionale della lingua. Gli studiosi presumono che gli Etruschi abbiano preso il loro, che poi passarono ai Romani, da quello usato dai Greci a Cuma. Il nostro è l'erede di quello latino e quindi un diretto discendente di quello etrusco. Abbiamo perciò una messe abbastanza ampia di iscrizioni, in maggioranza funerarie, perchè gli studiosi di linguistica siano in grado di fare delle analisi tipologiche e comparative sulla loro lingua che permettono di stabilire alcuni fatti certi su di essa.

La linguistica comparativa permette infatti di ricostruire le parentele delle lingue tra di loro studiandone le caratteristiche di sistema, cioè non solo il vocabolario, che può trasformarsi in larga misura, ma soprattutto la struttura fonetica, morfologica e sintattica. Quello che abbiamo decifrato dell'etrusco permette di asserire senza ombra di dubbio che l'etrusco, di tutte le lingue parlate nella penisola italica, è l'unica a non appartenere al gruppo delle lingue indoeuropee. Essa si stacca perciò completamente da tutte le altre.

Il resto delle popolazioni parlavano delle lingue o dialetti cosiddetti italici tutti imparentati tra di loro e facenti parte della famiglia indoeuropea. Le lingue indoeuropee, benchè ormai in apparenza talmente diverse da sembrare del tutto separate come origine, si estendono, come il nome stesso indica, su tutta l'Europa e su parte dell'Asia. Il territorio che occupano va dall'Atlantico fino ai confini dell'Europa con l'Asia al Nord e fino all'India nel Sud asiatico. In Europa vi sono solo pochi esempi di lingue di ceppo diverso oltre l'etrusco: il basco parlato sulla costa atlantica della Spagna, l'ungherese e il filandese portati da migrazioni relativamente recenti dall'Asia e le lingue del Caucaso. L'arrivo dei popoli che parlavano le lingue indoeuropee era stato tradizionalmente fissato dagli studiosi tra il III e il II millennio. a. C. dopo la scoperta e lo studio sistematico della parentela di queste lingue tra di loro alla fine del '700 e si era pensato che la loro sede originaria fosse l'Asia centrale. Benchè queste ipotesi non siano state definitivamente rifiutate, vi sono studi più recenti che proporrebbero ora date più recenti e la Mesopotamia come una possibile regione d'origine della migrazione.

In Italia le diverse ondate di migrazione indoeuropea si sovrapposero alle popolazioni originarie dando luogo ad un quadro formato appunto dalle parlate cosiddette italiche, tutte abbastanza simili tra di loro, di cui il latino, quella parlata dalla popolazione residente dove venne fondata Roma era destinata a diventare la fingua che poi le dominò tutte e si sostituì ad esse. Delle parlate originarie preindoeuropee non è praticamente rimasta traccia o menzione. Gli studiosi hanno ricostruito con difficoltà alcuni toponimi, nomi di luogo, come relitti di nomi dati dai popoli che abitavano la penisola prima della migrazione. Gli Etruschi sono dunque gli unici in Italia a non parlare una lingua indoeuropea non imparentata con nessuna altra lingua locale. Esiste tuttavia un documento, una stele iscritta proveniente dall'isola greca di Lemno, che presenta una varietà linguistica molto simile all'etrusco.

Va detto che quando esiste una somiglianza tra due lingue che è scientificamente provata, essa non può essere una somiglianza casuale ma deve dipendere da una parentela più o meno stretta, quindi da un'origine comune. Per molti studiosi questa parentela sussiste tra l'etrusco e il dialetto dell'isola di Lemno che si presenterebbe come una forma arcaica del primo. In mancanza di altre prove si presentano due ipotesi possibili: che gli Etruschi si siano spinti ad Est e abbiano fondato una base in area greca oppure che provengano da quell'area, come in effetti è noto che sostengono alcune fonti.

La linguistica ci offre solo alcuni fatti certi in questo caso: il primo è che non vi possono essere dubbi di sorta sul fatto che l'etrusco è una lingua non imparentata con nessun'altra parlata in Italia. Il secondo è che la somiglianza tra la lingua dell'iscrizione di Lemno e l'etrusco, che pare scientificamente provata, non può essere casuale, ma punta ad una parentela. Infine, e questo è il risultato degli studi condotti negli ultimi trent'anni in una nuova disciplina, la sociolinguistica, il totale prevalere di una lingua su altre punta sempre su un predominio economico e culturale della comunità dei parlanti di quella lingua. Quindi o gli Etruschi arrivarono da fuori e si imposero sulle popolazioni locali oppure sono la popolazione originaria preindoeuropea e le ondate migratorie di questi ultimi non riuscirono ad imporsi. Ma è da scartare decisamente un'ipotesi che è stata a volte ventilata: quella di una immigrazione di un contingente di genti dall'oriente che avrebbe dato la lingua e non la civiltà, prodotta invece da una popolazione locale che non parlava etrusco ma che rimase dominante.

Nora Galli de' Pratesi

Ottobre 2001


Note alle immagini
La tavola di Cortona, da G.M. Facchetti, L'enigma svelato della lingua etrusca.
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