Il Foro Boario.

Un lembo di Grecia nel cuore di Roma.

Il Foro Boario fu il "cuore della città" non tanto come centro di Roma, bensì come vero motore commerciale per lo sviluppo dell'intera area e della città. Nell'antichità era una zona pianeggiante, situata appena a valle dell'isola Tiberina e soggetta a continue inondazioni del fiume. Il luogo era sicuramente paludoso ma, nel contempo, ricco di acque, pianeggiante e adatto alla sosta di mandrie e greggi in transumanza. La presenza dell'isola Tiberina favoriva la possibilità di guado del fiume e quindi il trasferimento di mandrie e greggi lungo le coste tirreniche. Il sito si trovava all'incrocio di una importante via di transumanza che collegava l'Etruria alla Campania e il Tirreno con l'entroterra. Quest'ultimo percorso era la via del sale, poi denominata Salaria, strada per l'approvvigionamento del sale, che fu per l'antichità una risorsa fondamentale. Il sale serviva per la conservazione delle derrate alimentari, per la stagionatura dei formaggi e persino come denaro, da cui deriva il vocabolo salario. La navigabilità del Tevere era possibile dal mare fino all'odierna Orte, ma la parte più facile e sicura era per l'appunto fino all'isola Tiberina, cioè al Foro Boario.

Il ritrovamento di frammenti di ceramiche egee del sec. VII a. C. e micenee risalenti al sec. XIII - XII a. C. attesta la presenza molto antica di popolazioni di ceppo greco. Si ipotizza che il Foro Boario fosse anche un vero e proprio scalo commerciale greco posto sotto la protezione di Ercole. E' molto interessante vedere come si è sviluppato il culto di Ercole in questa zona, sicuramente per merito di commercianti greci che la frequentavano abitualmente. In una delle dodici fatiche di Ercole, si narra che l'eroe, dopo aver ucciso Gerione e presa la sua mandria di buoi, la stava conducendo in Grecia e, passando attraverso l'Italia, sostò tra il Palatino e l'Aventino per riposarsi. A quel tempo regnava sul territorio un certo Evandro che a sua volta non riusciva a debellare un ladrone di nome Caco. Mentre Ercole dormiva, Caco gli rubò gran parte della mandria che rinchiuse nel proprio antro sull'Aventino. La mattina seguente, Ercole si accorse del furto e ritrovò il nascondiglio seguendo il muggito degli animali. Ingaggiò una lotta con Caco, l'uccise e recuperò la mandria. Evandro fu tanto riconoscente ad Ercole per avergli eliminato Caco che gli fece costruire un altare in suo onore: l'Ara Maxima.

L'episodio è menzionato da Tito Livio e precisa che Evandro era originario dell'Arcadia, profugo del Peloponneso e governava quei luoghi in virtù del suo prestigio più che di un potere legittimo. Questo passo di Tito Livio avvalora l'ipotesi di uno scalo controllato da greci. Di fatto i resti dell'Ara Maxima di Ercole si trovano tuttora nella cripta della chiesa di S. Maria in Cosmedin. Ma i riferimenti a monumenti, cultura e insediamenti greci non finiscono qui; di fronte alla facciata della chiesa di S. Maria in Cosmedin si trova un tempio dedicato a Ercole Vincitore. Si tratta di un tempio circolare di evidente stile greco, in quanto il basamento è basso, a differenza di quelli di tipo italico che sono soprelevati come il vicino tempio di Portuno. Ci sono altri particolari nel Foro Boario che indicano una continuità di culto del mito di Ercole. Un esempio è dato dall'arco degli Argentari, posto a lato della chiesa di S. Giorgio al Velabro. Questo è un portale di accesso al Foro Boario, fatto costruire nel 204 d. C. in onore di Settimio Severo dai cambiavalute e banchieri (argentari) del luogo. Sulla sinistra dell'architrave compare la figura di Ercole quale nume tutelare del luogo.

Altra testimonianza della presenza greca è data dalla cosiddetta area sacra di S. Omobono. Nell'area oltre a due templi dell'epoca di Servio Tullio dedicati alla Fortuna e alla Mater Matuta, sono riconoscibili anche strutture di culto più antiche e reperti che risalgono all'età del bronzo, del ferro e ceramica greca euboica dell' VIII sec. a.C. Sopra questi templi è stata costruita una chiesa sfruttando un preesistente edificio sacro pagano e dedicata a S. Omobono. La strana coincidenza è, come già scritto nel mito di Ercole, che la zona era sotto il dominio di Evandro, nome greco che significa letteralmente "buon uomo" cioè Omobono.

La continuità della tradizione greca si ebbe poi con la chiesa di S. Maria in Cosmedin. La chiesa ebbe origine da una diaconia, organismo a carattere assistenziale con il quale la Chiesa a partire dal VI-VII sec., in periodo di dominazione bizantina, sostituì gradualmente l'autorità civile sempre più assente. E' interessante constatare che fin dal VII sec., per l'influsso della politica bizantina, si era installata una consistente colonia orientale nella zona, tanto da prendere il nome di "Ripa Greca", attualmente la strada adiacente è chiamata "via della Greca". Poi in seguito alle persecuzioni iconoclaste (editto di Leone III Isaurico del 726) monaci greci affluirono dall'oriente ed a loro fu affidata la chiesa con l'aggiunta del nome "Cosmedin", probabilmente derivato da un monastero di Costantinopoli detto il Cosmedion. Altre chiese sorte nei dintorni, per la forte presenza greca, furono intitolate a santi orientali come S. Anastasia, S. Nicola, S. Teodoro e S. Giorgio. Ancora oggi la chiesa di S. Maria in Cosmedin è retta da monaci cattolici di rito greco, perciò la tradizione culturale greca, iniziata in tempi antichissimi, non si è ancora interrotta, ma viene tuttora tramandata.

Renato Tiberti

L'Aruspice, marzo-aprile 2002, n.2



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