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I FalisciIl termine Falisco risalirebbe al nome del mitico figlio di Agamennone Halesus, fuggito in Italia dalla Grecia al tempo dell'invasione dorica del regno di Micene (fine del XIII sec. a. C. circa). Strabone descrive i Falisci come una stirpe particolare distinta dalle popolazioni Latine sebbene la lingua di questo popolo, mescolata all'Etrusco, fosse abbastanza affine al Latino da esserne considerata una varietà o un dialetto.
La città fu distrutta dai Romani nel 241 a.C. al termine della I guerra punica e i superstiti furono deportati presso un sito meno difendibile posto nelle vicinanze della vecchia città dove ricostruirono un centro urbano che fu chiamato Falerii Novi; attualmente sono visibili i resti della cinta muraria. All'interno delle mura si può ancora osservare tra l'altro la chiesa medievale di Santa Maria di Fàlleri, a testimonianza della lunga occupazione di quel sito fino alla sua distruzione da parte dei Normanni nell'XI secolo. L'epilogo della civiltà falisca fu precorso da frequenti e insistite reazioni militari all'avanzata di Roma nel territorio etrusco in direziono nord: aiuto a Veio (396 a.C.), ritorsione dei Romani con assedio e presa di Falerii (394 a.C.), alleanza con altre città Etrusche per la difesa di Nepi e Sutri contro Furio Camillo (383-373 a.C.), alleanza con Tarquinia e assalto a Roma (358-353 C.), guerra contro Roma e sconfitta di Falerii (293 a.C.). L'ultimo atto andò in scena al tempo della I guerra punica allorché i Falisci, approfittando dell'impegno dei Romani nella campagna contro i Cartaginesi, tentarono l'ennesima ribellione al potere romano che causò l'eccidio di circa 15.000 Falisci e la distruzione della città. Solamente i santuari extraurbani, sottostanti la città, sede di culti di divinità identificabili come Giove, Giunone Curite, Apollo, Mercurio e Minerva (culto quest'ultimo importato a Roma da Falerii secondo quanto attesta Ovidio) furono risparmiati dalla distruzione degli uomini ma non da quella del tempo. Molti dei reperti archeologici falisci (vasi, altorilievi, statuaria) sono conservati presso il Museo etrusco di Villa Giulia mentre altrettanti se ne trovano nella Rocca Borgia di Civita Castellana sede del Museo dell'Agro Falisco. Al riguardo, non si può non accennare in breve qualche notizia sul monumento che ospita questa raccolta. La Rocca, venuta in possesso di Rodrigo Borgia intorno al 1490, fu ristrutturata ad opera di Antonio da Sangallo il Vecchio dopo che il Borgia divenne Papa col nome di Alessandro VI; tale ristrutturazione fu effettuata tenendo conto delle esigenze difensive emerse con l'avvento e la diffusione delle armi da fuoco usate per l'assedio delle fortificazioni. Infatti, invece di privilegiare la dimensione verticale (mura più alte) - come era avvenuto nell'architettura militare fino alla metà del XV secolo - il Sangallo provvide ad aumentare la dimensione orizzontale dei muri della Rocca che affacciavano sull'esterno, in modo che potessero resistere ai colpi delle palle di cannone (mura più spesse). Sotto il pontificato di Giulio Il toccò ad Antonio da Sangallo il Giovane, nipote del suddetto architetto, terminare l'opera iniziata dallo zio con il completamento del maschio ottagonale e del cortile interno. Più tardi i fratelli Zuccari affrescarono alcune stanze così da rendere più vivibile l'elegante ma austera costruzione. Con il passare dei secoli la piazzaforte divenne una prigione che ospitò sia alcuni ribelli al regime ecclesiastico sia delinquenti comuni e briganti della campagna romana, come il famigerato Gasparone nella seconda metà del secolo diciannovesimo. Giampaolo Lopez Giugno 2002
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