Giacinto Bruzzesi, un ceretano tra i Mille

Vi raccontiamo la vera storia garibaldina di un patriota ceretano.

Se c'è una cosa su cui la nostra storiografia concorda, è che l'Unità d'Italia fu il traguardo finale di un faticoso percorso, lastricato di sacrifici e di sangue, a cui diedero il loro fondamentale contributo quattro grandi personaggi, definiti i Padri della patria: Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II e Mazzini. A torto o a ragione, si ritiene che senza l'apporto anche di uno solo di essi, il nostro Risorgimento, che molti vogliono concluso con la prima guerra mondiale, difficilmente avrebbe avuto un così felice esito.

Senza cioè le imprese di Garibaldi (soprattutto la spedizione dei Mille), senza il sostegno militare del Re e del suo piccolo Regno di Piemonte e Sardegna attorno al quale si costruì quello d'Italia (un po' come avvenne in Germania con la Prussia), senza l'abile gioco diplomatico di Cavour "il grande tessitore" il cui capolavoro fu l'alleanza con la Francia di Napoleone III che portò alla seconda guerra d'indipendenza e senza infine l'azione instancabile e appassionata di Mazzini che tenne sempre vivo negli italiani il sentimento della patria, senza il concomitante contributo di questi grandi personaggi, difficilmente l'Italia avrebbe raggiunto così rapidamente la propria indipendenza.

Ma il nostro Risorgimento non fu opera esclusiva dei quattro sopra ricordati, fu anche dovuto ad una miriade di altre figure, alcune delle quali le abbiamo incontrate nei libri di scuola, come Mameli, Manara, Bixio, i fratelli Bandiera, i fratelli Cairoli, Carlo Pisacane, ed altre, invece, meno note, ricordate appena da qualche busto o targa, ma sconosciute ai più.

Quanti sanno, ad esempio, di Colomba Antonietti, dei generali Sirtori e Missori, di Padre Ugo Bassi, il barnabita fucilato dagli austriaci, di Angelo Masina, il comandante dei leggendari "lancieri della morte" caduto nel giugno del 1849 a Roma nell'ennesimo assalto al Casino dei Quattro Venti, di Pilade Bronzetti, l'eroico difensore di Castel Morrone o di Amilcare Cipriani il garibaldino di Anzio che passò ben 19 anni della sua vita in prigione?

Ma fra essi ve n'è uno che ci è particolarmente caro perché nostro concittadino: parliamo di Giacinto Bruzzesi, nato a Cerveteri il 13 dicembre 1822. A dire il vero Bruzzesi nacque a Cerveteri in circostanze casuali, perché quando egli venne alla luce, il padre, Lelio, vi si trovava momentaneamente trasferito in qualità di "capo granarolo" della famiglia Ruspoli.

Come risulta dagli atti di battesimo conservati nei registri parrocchiali della Chiesa di Santa Maria a Cerveteri, Giacinto Bruzzesi nacque il 13 dicembre 1822 da Lelio e Barbara Ponziani, entrambi originari di Civitavecchia. Ma la cosa interessante è la firma che si legge in fondo all'Atto: "Alessandro arcidiacono Regolini". A molti questo nome non dirà gran che. Ma gli appassionati di archeologia ben sanno che si tratta dello stesso sacerdote che il 22 aprile 1836, insieme al generale Galassi, scoprì nella Necropoli del Sorbo la famosa tomba - conosciuta appunto come Regolini-Galassi - il cui rilevante corredo è oggi custodito nel Museo Gregoriano Etrusco, nei Musei Vaticani. Il museo venne istituito da Papa Gregorio VII nel 1837 per ospitarvi appunto il contenuto della tomba ed altri reperti.

La vicenda storica di Giacinto Bruzzesi fu strettamente legata a quella di Garibaldi di cui seguì tutte le imprese, coprendosi di gloria (come attestano le due medaglie d'oro al valore militare) e arrivando, con il grado di tenente colonnello, a far parte del suo Stato Maggiore.

Il 10 giugno 1848 durante la Prima Guerra d'Indipendenza, partecipò alle battaglie di Cornedo e Vicenza con i volontari della Legione Romana inviata da Pio IX, per combattere gli austriaci. Il 9 febbraio 1949, costituitasi la Repubblica Romana, al tenente Bruzzesi venne affidato il comando di un distaccamento a Tarquinia. Ma, appreso dello sbarco delle truppe francesi a Civitavecchia, egli condusse i suoi uomini, con un audace manovra attraverso le linee nemiche, entro le mura di Roma dove i difensori si apprestavano ormai alla difesa della città.

Il 30 aprile fu a fianco di Garibaldi nella vittoriosa battaglia svoltasi sotto le mura del Gianicolo e il 19 maggio si batté a Velletri, dove le truppe borboniche furono sconfitte e messa in fuga dai garibaldini. Ma dove l'eroismo di Bruzzesi rifulse maggiormente fu negli scontri dei Monti Parioli dove perirono, peraltro, molti volontari della Legione Polacca. Per avere comandato numerosi assalti alla baionetta contro i francesi che minacciavano il settore di Ponte Milvio, Giacinto Bruzzesi fu decorato di medaglia d'oro. Tale decorazione fu assegnata, durante l'intera vicenda della Repubblica Romana, soltanto a quattro combattenti: a Giuseppe Garibaldi, a Luciano Manara - il comandante dei bersaglieri colpito a morte il 30 giugno a Villa Spada - a Giacomo Medici - l'eroico difensore del Vascello - ed a Giacinto Bruzzesi. Egli fu così l'unico "cittadino romano" ad esser decorato dal Governo della Repubblica Romana, con una medaglia d'oro la cui motivazione suonava così: "Per l'alto valore e lo sprezzo del pericolo dimostrato nella difesa dei Monti Parioli".

Caduta la Repubblica Romana, Bruzzesi partì per la Grecia con il colonnello Milbitz ed altri 129 esuli italiani e polacchi per partecipare alla rivoluzione ungherese. Nel 1851, su incarico di Mazzini, penetrò con uno stratagemma nella munitissima fortezza di Kutaia in Turchia ove era tenuto prigioniero Luigi Kossuth, l'eroe nazionale ungherese, per consegnargli di nascosto delle lettere inviategli dal patriota genovese. Tornato a Londra organizzò con Mazzini l'insurrezione del 1857, per il cui fallimento fu poi costretto a rifugiarsi a Parigi. Nel 1859, allo scoppio della seconda guerra d'indipendenza, Bruzzesi combatté a fianco di Garibaldi con il grado di capitano dei Cacciatori delle Alpi.

Il 6 maggio 1860 si imbarcò a Quarto con i Mille, con il grado di tenente colonnello e vicecapo di Stato Maggiore. L'11 maggio, nello sbarco di Marsala, fu il terzo garibaldino a scendere a terra dopo i colonnelli Türr e Missori. Non appena sceso, con un pugno di uomini occupò l'ufficio postale, la Porta Palermo, e l'ufficio telegrafico. Dopo Calatafimi partecipò alla presa di Palermo e, nella battaglia del Ponte dell'Ammiraglio, venne ferito, per fortuna non gravemente. Durante i giorni del bombardamento della città da parte della flotta borbonica fu attivissimo nella organizzazione della difesa ed in particolare nella direzione delle barricate. Inoltre, quale vicecapo di Stato Maggiore, si occupò di formare e addestrare alla disciplina i primi corpi di siciliani che accorrevano per arruolarsi.

Successivamente si distinse anche nell'ultima e decisiva battaglia del Volturno, dove comandò tutte le forze insurrezionali della provincia di Benevento da lui condotte magistralmente allo scontro. Nel 1862, nell'ennesimo tentativo di Garibaldi di liberare Roma, avvenne il tragico episodio di Aspromonte in cui " l'eroe dei due mondi" venne ferito. Era con lui anche il fedelissimo Bruzzesi il quale, furente per il ferimento del suo "generale", rifiutò di consegnare la sua sciabola di ufficiale al colonnello Pallavicino, comandante delle truppe italiane. Giunto al cospetto dell'ufficiale, dopo aver donato il suo revolver ad un bersagliere, egli spezzò e gettò via la spada. Anche Bruzzesi, come tutti i componenti della spedizione venne fatto prigioniero.

Garibaldi, ancorché ferito, fu segregato nella Fortezza del Varignano dove ben 23 chirurgi, inviatigli da tutto il mondo, si avvicendarono al suo capezzale nel vano tentativo di estrargli la pallottola conficcatasi nel malleolo ad una profondità di 4,50 centimetri. Ci riuscì, alla fine, un chirurgo italiano, Zanetti. Bruzzesi invece, con altri cinque ufficiali, fu rinchiuso nella Fortezza di Fenestrelle, in Piemonte. Sopraggiunta però l'amnistia, il nostro eroe, non appena liberato, corse subito al capezzale del suo "generale" che accompagnò poi, ancora convalescente, a Caprera. L'anno successivo, siamo nel 1863, Garibaldi lo nominò capo del Comitato d'Azione Romano con l'incarico di organizzare una intensa attività di cospirazione volta alla liberazione di Roma. Compito che Bruzzesi svolgerà con la consueta passione e diligenza. Travestito da buttero attraversò più volte il confine dello Stato pontificio (allora a Passo Corese) per portare messaggi e trasportare armi. In quel periodo fondò anche un giornale, "Roma o Morte", stampato clandestinamente nei pressi di Porta San Pancrazio.

Sempre pieno di idee, arrivò persino a progettare il rapimento dell'ex Re Francesco II, esule a Roma in Palazzo Farnese. L'impresa, purtroppo, fallì a causa di una delazione. Nel 1864, allo scoppio dell'insurrezione polacca, Mazzini lo inviò a Belgrado, Sofia e Bucarest per organizzarvi colonne di volontari da inviare in soccorso degli insorti polacchi. Dopo varie vicende di natura commerciale - a dire il vero non altrettanto fortunate come quelle militari (progetterà addirittura, con l'aiuto di Garibaldi, di creare piantagioni di cotone nel sud dell'Italia e della Sardegna approfittando della momentanea crisi del settore dovuta alla Guerra Civile americana) - lo ritroviamo a fianco del suo "generale" con i Cacciatori delle Alpi nella sua ultima impresa militare: la terza guerra d'indipendenza dove Bruzzesi - a cui venne affidato il settore di Monte Suello nel Trentino - si batté con il consueto valore al punto da guadagnarsi una seconda medaglia d'oro. Monte Suello, dove venne ferito Garibaldi, preparò poi la grande vittoria di Bezzecca che fu, grazie ai garibaldini, l' unico successo delle armi italiane in quella guerra, dopo le tragiche sconfitte di Custoza e Lissa. Al termine degli scontri, Garibaldi volle personalmente congratularsi con Bruzzesi per l'eroico comportamento e nello stringergli la mano gli disse: "Ho veduto dei prodi come voi, più di voi, no".

Conclusa la sua vita di soldato, Bruzzesi aprì una fabbrica di calzature nel nord dell'Italia. Si recò poi spesso a Civitavecchia dove lo zio paterno Giuseppe, gestiva un grande stabilimento balneare, i famosi "Bagni Bruzzesi", oggi scomparsi. Lì, si incontrò spesso con Garibaldi che, portando con se i figlioletti Manlio e Clelia, vi si recava per curarsi l'artrosi con dei bagni salutari presso le locali Terme di Traiano. Clelia, racconterà poi nelle sue memorie, di aver imparato a nuotare proprio in quello stabilimento. Nel 1899, Bruzzesi compì l'ultimo capolavoro della sua vita. Con due industriali milanesi, Giuseppe Candiani e Amato Amati, fondò a Turate, nei pressi di Milano, la Casa di riposo per veterani e invalidi che venne inaugurata il 6 marzo 1899 alla presenza di Re Umberto I, a cui fu intitolata. Quel giorno vi fecero il loro ingresso i primi tre veterani. Bruzzesi fece giusto in tempo a vedere coronato questo suo ultimo sogno perché il 25 maggio 1900 andò a raggiungere il suo vecchio "generale" e i valorosi commilitoni morti in battaglia.

Ora riposa nel cimitero monumentale di Milano, in una grande tomba sormontata da un gigantesco Marte di bronzo con la spada sguainata, a simboleggiare il suo passato di prode soldato. Non è lontano dal Famedio, dove riposano altri grandi italiani come Manzoni e Cattaneo. Sul Gianicolo, tra gli ottantadue busti che ricordano quanti si batterono per la liberazione di Roma, c'è anche il suo, che la Patria riconoscente volle erigergli nel 1902. Il busto è vicino al monumento del suo "generale" al quale fu sempre fedele, anche nei momenti difficili. A Cerveteri, dove Giacinto Bruzzesi è nato, gli sono state intitolate una piazzetta e una viuzza sconosciuta, entrambe ai margini della città e senza alcuna specificazione. "Via Giacinto Bruzzesi" e basta. Quasi fosse un figlio della colpa. A Milano c'è invece una via a lui così intitolata: "Via Giacinto Bruzzesi - Patriota (1822 - 1900)" e a Roma la Via Giacinto Bruzzesi è a ridosso di quelle mura gianicolensi che lo videro combattere. Sarebbe il caso, forse, che qualcuno di buona volontà provvedesse, nella sua città natale, a fargli erigere un piccolo monumento, o anche un busto, magari una copia di quello del Gianicolo, da collocare in una via o una piazza non troppo periferiche. Così che Cerveteri possa sentirsi orgogliosa di avere anch'essa contribuito, attraverso le imprese di un suo figlio, alla grandezza e all'unità della Patria.

Angelo Ciofi
Membro dell'Istituto Internazionale di Studi Giuseppe Garibaldi

Aprile 2004


Note alle immagini
1. Ritratto di Giacinto Bruzzesi. torna al testo
2. Busto di Giacinto Bruzzesi al Gianicolo. torna al testo
3. La battaglia del Vascello nella difesa della Repubblica Romana. torna al testo
4. La battaglia del Volturno alla quale partecipò Giacinto Bruzzesi. torna al testo
5. Piantina di Cerveteri con indicate la via e la piazza dedicate a Bruzzesi. torna al testo

 

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