Le acconciature dei Romani

Le leggi proibizionistiche del periodo repubblicano, riferite a tutti quei settori della vita quotidiana dove si poteva riscontrare del lusso, riguardavano, certamente, anche le acconciature, i parrucchieri e tutto ciò che ruotava intorno a loro. Secondo i moralisti o economisti dell'epoca, tutto ciò che non era indispensabile era superfluo e quindi inutile. Le cose ovviamente cambiarono con l'inizio dell'impero.

Iniziamo a parlare delle acconciature femminili che sicuramente occuperanno più spazio di quelle maschili.

Le donne dal periodo repubblicano che svolgevano una vita più ritirata e di casa lasciando all'uomo quella pubblica, hanno, con l'inizio dell'impero, lentamente cominciato a fare vita sociale, spesso assecondate dai propri mariti che erano compiaciuti quando in pubblico si mostravano con le proprie mogli ben vestite, pettinate, truccate e adomate da girelli.

Leggendo tutti gli scritti che ci sono pervenuti sull'argomento delle acconciature, ci rendiamo conto che sono pochissime le cose che non sapevano o che usavano nei confronti dei nostri giorni. Le romane usavano tingere i capelli sia per dissimulare la canizie sia per modificare a piacimento il colore. I capelli potevano assumere le colorazioni di color biondo, nero, rosso, blu, giallo carota e qualche volta misto come ai giorni d'oggi. Il blu e il giallo carota erano colori che si addicevano alle cortigiane.

Dall'Egitto e dalle località orientali si importava una sostanza a nome henna procurata dall'impasto di alcune foglie di un vegetale che rendeva i capelli di color rosso. Dalla città germanica Mattium veniva, invece, una sostanza chiamata pila mattiaca che produceva un colore biondo brillante. Dall'attuale Olanda, antica terra dei Batavi, si importava la spuma batava. I Galli cambiavano in color rosso i propri capelli con cenere di faggio mista a grasso di capra che uniti insieme formavano una sostanza a nome sapo: questa crema tingeva, secondo Dioscuride, i capelli di biondo.

Come abbiamo visto la cosmetica di allora offriva diverse sostanze per cambiare colore ai capelli. Ma la capigliatura di una donna poteva cambiare, e non solo il colore, ancora con un altro sistema, cioè con la parrucca. Esisteva, quindi, un commercio di capelli veri che, poi, venivano assemblati a forma di parrucca da esperti tecnici artigiani. Ovidio, amores 1 14, 45s, allude alla provenienza di capelli biondi dalla Germania: "Ora la Germania ci manderà capigliature di schiave e tu sarai tranquilla per dono di un popolo su cui celebrammo il trionfo." Capelli di color nero intenso venivano, addirittura, dall'India.

Qualche volta la donna doveva ricorrere alla parrucca quando, insistendo con questi cambiamenti di colore e quindi con l'uso di queste sostanze che sicuramente dovevano essere forti, aveva indebolito a tal punto i capelli da produrne la caduta. Un altro oggetto che, usato in modo non moderato, procurava danni irreparabili ai capelli, era il calamistrum, in pratica un arricciacapelli in metallo, che funzionante con il calore del fuoco serviva a fare i riccioli o i boccoli.

Le parrucche avevano il compito di modificare in modo sbrigativo le capigliature delle signore che avevano una intensa vita sociale. Qualche volta la parrucca era una mezza parrucca, un toupet, una coda, una corona a treccia sulla fronte ecc. Addirittura i ritratti marmorei potevano avere le parrucche. L'artista scolpiva la testa senza capelli ed a parte la capigliatura che, in seguito, poteva essere cambiata, in qualsiasi momento, con un modello all'ultima moda. Qualche volta l'artista scultore usava per le capigliature un marmo di colore diverso da quello del volto e un altro marmo ancora diverso per la toga, tunica o il mantello. Nell'ars amatoria 111 147, Ovidio riporta, addirittura, l'indirizzo dove si possono comprare le parrucche o capelli tinti. Si tratta di una bottega vicino al Circo Flaminio nei portici di Filippo vicino al tempio di Ercole Musagete.

Vediamo ora quali erano gli oggetti che le donne usavano per fermare o modellare i capelli. Una reticella di oro poteva trattenere l'intera chioma. La donna che usava questo oggetto sicuramente ne sfoggiava altri più comuni quali anelli, bracciali, collane, orecchini, spille ecc. Poteva assomigliare ad un cappellino trasparente d'oro. Un altro omamento per i capelli era uno spillone appuntito e robusto con una testa che poteva rappresentare una pallina, Eros, Psiche, anche una capsula con dentro un veleno. Questi spilloni potevano essere d'oro, d'argento, d'osso, d'avorio o di tartaruga. Si dice che Fulvia, moglie di Marco Antonio, con uno spillone d'oro che tratteneva la crocchia della sua pettinatura, abbia trafitto per vendetta la lingua del cadavere di Cicerone.

Un altro oggetto originale e simpatico era una spiralina di metallo, normalmente d'oro o d'argento, che scendeva dalle tempie a mo' di boccolo che con il movimento della persona sembrava che ruotasse su Se stesso. Era frequente anche un grosso fermaglio situato sulla fronte con una gemma o diadema dal quale partivano piume colorate. Questa acconciatura si usava in occasioni particolari.

Normalmente le acconciature erano meno appariscenti ma sicuramente con fogge diverse che variavano nel tempo secondo le mode spesso lanciate da personaggi importanti. Una pettinatura particolare che raccoglieva i capelli in fascio alla sommità della testa ed in forma di cono, detto tutulus, diffusa in Etruria ed in Grecia, fu adottata anche dalle matrone romane. Rimaneva, però, la pettinatura tipica delle spose nel giomo delle nozze. I capelli venivano divisi in sei parti, sex crines, legati da nastri colorati. Lo sposo, con la punta di una lancia, divideva i sei ciuffi dei capelli. La testa della sposa veniva poi coperta con un velo di color roso oppure giallo che copriva anche il volto. La pettinatura più usata è stata quella che risentiva del gusto ellenistico con capelli tirati su, con riga in mezzo raccolti in testa, con riccioli sulla fronte e sul collo con coda di cavallo o pigna.

All'inizio dell'impero verrà di moda una pettinatura detta all'Ottavia, sorella di Augusto, costituita da una doppia treccia che partiva da un nodus sulla fronte e che scendeva dagli occipiti sulla nuca. Questa pettinatura verrà adottata da Fulvia, moglie di Marco Antonio, e da Livia, seconda moglie dell'imperatore Ottaviano. Da questa acconciatura classica prendono spunto svariate altre pettinature che nel tempo prenderanno altri nomi come quella di Agrippina Maggiore, moglie di Germanico, o di Antonia Minore, madre dell'imperatore Claudio. Nell'epoca neroniana ci sono altre varianti con due trecce che lateralmente si uniscono verso la nuca, legate da un'altra treccia più piccola, mentre sulla fronte e sui alti delle tempie scendono riccioli. Nel periodo dei Flavi, i riccioli frontali e laterali formano un diadema piuttosto alto: questa pettinatura viene chiamata alla Giulia di Tito. In età traianea si notano sulla fronte una doppia fila di riccioli che formano una specie di diadema. Ma sicuramente la più bella acconciatura e quella tardo-traianea che presenta una lunga treccia arrotolata a mo' di toupet alla nuca, mentre sulla fronte scendono da un alto ciuffo una miriade di piccoli riccioli. Da Traiano in poi, le pettinature cambieranno ancora moda per parecchie volte. Faustina Minore, prima da principessa e poi da imperatrice, cambierà ben nove volte la propria acconciatura.

Dagli innumerevoli ritratti scultorei, dagli scritti e dipinti che ci sono pervenuti si è potuto descrivere nei piccoli dettagli tutto l'argomento che sicuramente è interessante per l'approfondimento dei costumi di un popolo.

Per l'uomo, però, c'è da parlare di meno. Il romano, nei primi anni della repubblica, non aveva molta cura della barba o dei capelli. Solo a partire dai primi anni del 300 a.C., si cominciò a frequentare la bottega del barbiere, la tonstrina, dove dei tonsores, i primi provenienti dalla Sicilia, svolgevano la propria attività. Il taglio lasciava dei capelli corti che, in diversi casi quando iniziava la calvizie, venivano pettinati in avanti per nasconderla. Publio Comelio Scipione l'africano per tutto il tempo trascorso in guerra, ebbe barba e capelli lunghi, ma tornato a Roma, dopo aver sconfitto Annibale e conquistato Cartagine, si rase a zero e continuò a farlo per tutta la sua vita. La sua immagine ci è pervenuta dai diversi busti scultorei.

Anche per l'uomo durante la fine del periodo repubblicano e per quello dell'impero, si sono riscontrate delle particolari attenzioni per la cura della capigliatura, specie nei giovani che qualche volta ricorrevano alla colorazione sul biondo e all'uso del calamistrum. Nerone si lasciava crescere i capelli sul collo e li pettinava creando dei boccoli che scendevano a scaletta. Durante il periodo degli Antonini andrà di moda portare sia i capelli che le barbe abbastanza lunghi e arricciati, come lo facevano Marco Aurelio, Commodo e Lucio Vero. Commodo, addirittura, si cospargeva la chioma con polvere d'oro in modo che ai raggi del sole luccicasse dando l'impressione di un'aureola divina. Per un periodo di tempo che combacia con quello dei cristiani, si usò tagliare i capelli corti e lasciare la barba lunga. Da Costantino in poi, i capelli ritornavano ad essere lunghi con alle estremità boccoli e riccioli e sulla fronte tagliati a caschetto.

Alla.fine, consultiamo Ovidio: "Ciò che ci avvince è la semplice eleganza. Tenga la donna in ordine i capelli. In più modi si possono adomare: tra le fogge scelga quella più adatta, e per consiglio si rivolga allo specchio. Un viso lungo vuole soltanto la scriminatura sulla fronte sgombra priva d'ornamenti; così si pettinava Laodomia. Viso rotondo esige che i capelli siano raccolti in alto, onde le orecchie rimangono scoperte. Un altro viso vorrà le chiome sciolte sulle spalle: così le sciogli tu, Feba? sull'una spalla o l'altra quando impugni la tua lira d'argento e alzi il canto. Li porti un'altra raccolti come Diana quando succinta insegue nella selva le fiere spaventate. A questa ancora convengono rigonfi, all'altra tesi e aderenti, all'una piace ornarli con spilloni di tartaruga cillenia, all'altra ondularli con movenze simili a fluttuante onda marina." (ars amatoria 111 133ss).

Roberto Zoffoli

Giugno 2001

 

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