L'abbazia di Piantangeli e Grasceta dei cavallari

Le montagne della Tolfa a rigore non sono davvero tali: l'altezza, infatti, supera raramente i cinquecento metri. Esse però svettano sulle vallate circostanti con pendenze così ardite da regalare agli escursionisti panorami di rara bellezza. Il clima locale è coerente con l'aspetto montano dei rilievi, battuti dalla tramontana e di frequente imbiancati di neve d'inverno.

Partiti dal litorale pyrgense in automobile, ci ricongiungiamo col resto del gruppo nel paese di Tolfa. Usciti dall'abitato, con le caratteristiche abitazioni del borgo medievale, prendiamo la strada per Canale Monterano, per poi imboccare una strada laterale, seguendo l'indicazione per l'abbazia di Piantangeli e per Grasceta dei cavallari. Le due località testimoniano il rapporto con le montagne che la gente di queste parti ha da millenni.

L'abbazia di Piantangeli, risalente all'epoca carolingia, fu fondata per porre sotto il controllo dell'imperatore la zona a confine col ducato di Roma, quello che poi sarà lo stato pontificio. Come molti centri monastici di epoca medievale, l'abbazia sorge in posizione dominante (quota m. 498) sulla valle del Mignone, controllando dalla posizione strategica occupata le principali vie di comunicazione.

Monti della Tolfa. Planimetria dell'abbazia di Piantangeli (Trona e altri, 1984)

Da reperti rinvenuti in uno scavo, l'abbazia è riconducibile ad un periodo compreso tra l'VIII e il XIV secolo. Della chiesa restano i ruderi di un edificio a tre navate absidate con tre campate e quattro colonne centrali e laterali. All'esterno si trovano i resti di un campanile quadrato. Vicino all'abbazia sorse un borgo, attivo fino al XIV secolo, abbandonato in circostanze non ben chiarite, forse a causa della grande peste che a metà del '300 si abbattè in tutta l'Europa.

Grasceta, invece, è un passo montano, crocevia di alcune importanti vie di comunicazione, nel quale nel VI sec. a. C. fu edificato dagli Etruschi un complesso di culto rurale, poi ampliato in età ellenistica. Anche in questo caso il luogo prescelto dai suoi costruttori segna un confine, quello tra le due potenti città etrusche di Caere e Tarquinia. In un prima fase il tempio si trovava nella zona di influenza di Caere, poi con l'affermarsi della forza di Roma, il controllo della città di Caere si indebolì e l'influenza di Tarquinia si estese al santuario di Grasceta.

Monti della Tolfa. Planimetria del tempio etrusco-romano di Grasceta dei Cavallari. (Morra, 1979)

Il tempio di Grasceta dei Cavallari, scavato e indagato a più riprese, rappresenta l'unica presenza di culto sui monti della Tolfa. Del tempio rimangono, purtroppo, solo le fondazioni in muri a secco di pietra, con pianta rettangolare di m. 10 x 18. Da una ricostruzione ipotetica al centro doveva essere una cella per le funzioni sacre, circondata da otto colonne, di cui non rimane traccia. L'edificio, poi, doveva avere un basamento cui si accedeva per mezzo di una rampa centrale e un tetto spiovente coperto da tegole in terracotta. Da reperti rinvenuti si ipotizza l'esistenza di un frontone decorato con antefisse e statue di terracotta. Frammenti di ceramica, terrecotte votive, ex-voto datano l'edificio nel periodo etrusco-romano, con massimo splendore nei secoli dal IV al III secolo a.C.

Dopo qualche chilometro di strada asfaltata svoltiamo a sinistra, intraprendendo una ripida strada bianca. Superati alcuni tornanti ci fermiamo in un tratto di strada in lieve pendenza qualche centinaio di metri prima del santuario etrusco, nascosto alla nostra vista da un'ultima svolta della strada. Dal punto in cui ci siamo fermati partono due sentieri, uno che scende verso valle, l'altro che sale. Ci inoltriamo nel bosco con l'intenzione di aggirare da sud il gruppo montuoso sul quale, nel punto più alto, si trova l'abbazia di Piantangeli, per poi ritornare alle nostre automobili passando da Grasceta.

Monti della Tolfa. Panorama. Al centro, sullo sfondo, il profilo appuntito del rilievo di Tolfa. (Foto G. Marcello)

Subito ci colpisce la varietà degli odori del bosco e l'intensità del canto degli uccelli. Non c'è traccia dell'uomo, a parte i segni blu sulle rocce e sugli alberi che indicano il percorso nella vegetazione e i resti dei tagli degli alberi. Non una cartaccia, non una lattina di bibita. Giuseppe Fort, l'archeologo che guida la nostra comitiva, ci spiega che il bosco non era così esteso solo qualche decennio fa. Le zone sono state sfruttate per secoli non solo per il legname ma anche, e in modo intenso, come pascolo; per questi motivi la vegetazione d'alto fusto occupava un'area più ristretta dell'attuale. Le montagne a lungo sono apparse all'occhio dell'uomo alquanto pelate; poi, con lo sviluppo industriale dell'Italia, a partire dagli anni '60, le campagne si sono spopolate e le montagne hanno subito un rapido abbandono. Con l'uomo se ne sono andati anche gli animali da allevamento e il bosco ha preso il sopravvento, estendendosi costantemente.

Monti della Tolfa. I resti dell'abbazia ricoperti dalla vegetazione. (Foto G. Marcello)

Il sentiero ci riporta su una strada asfaltata, nei pressi di un fontanile. Da lì, ci assicura una persona incontrata per caso, comincia un altro sentiero che salendo ripido verso l'alto porta verso Piantangeli. Dopo una salita davvero impegnativa di circa tre quarti d'ora arriviamo in cima. Davanti a noi si estendono prati verdissimi impreziositi dal giallo della mimosa. Siamo tutti un po' stanchi e non vediamo l'ora di mangiare qualcosa. Alcuni muretti a secco attraversano i prati. Le pietre con le quali sono stati realizzati, ci informa la guida, sono state asportate dalle costruzioni dell'antico centro medievale. Ci fermiamo per il pranzo al sacco vicino alle rovine dell'abbazia, seminascosta dalla vegetazione.

Rifocillati, iniziamo la visita ai ruderi della chiesa abbaziale. Alcuni mozziconi di colonne, parte dei muri e la parte inferiore delle tre absidi sono ancora in piedi. Non ci deve ingannare l'aspetto desolato e selvaggio che questo luogo ha oggi, ci avverte la nostra guida. Realizzato con pietra locale, l'edificio era coperto di intonaco e stucchi. L'abbazia era un centro molto frequentato, raggiungibile per molte vie dalle vallate circostanti.

Raggiungiamo il punto panoramico. La vista è grandiosa; pare di stare in aereo. Riusciamo ad abbracciare un tratto molto ampio della valle del Mignone, giungendo a scorgere il mare. In fondo alla valle, su un'altura che si erge molto più in basso, sorge l'abitato medievale di Rota. Ci muoviamo verso la vicina altura, nella quale sorgeva il borgo. Di visibile c'è poco, essendo i ruderi coperti dal prato e dalla vegetazione. Spiccano solo alcune roccie, parte delle strutture difensive più imponenti. Ancora nel secolo XVII i disegnatori di sanguigne riportavano i ruderi del paese abbandonato in cima alla montagna. Oggi solo gli avvallamenti del terreno lasciano intuire la presenza di edifici e di strade. Le frane hanno man mano portato via le mura e le costruzioni più esposte che si trovavano sul limite del dirupo.

Monti della Tolfa. Base in pietra di un edificio del complesso templare. (Foto G. Marcello)

Prendiamo la via del ritorno. E' molto lunga ma comoda, quasi una strada. Assaporiamo incantati la pace e la bellezza di questi luoghi incontaminati e selvaggi a poca distanza da Roma e dal mare. I miei compagni di comitiva si impegnano a riconoscere le specie vegetali che incontriamo, distinguendo tra quelle commestibili e quelle che non lo sono. Dopo oltre un'ora e mezza di cammino, perveniamo a Grasceta dei cavallari. Sul passo convergono tre strade. Sul lato libero a destra, per noi che proveniamo da Piantangeli, sotto alcuni alberi, si intravedono i resti del tempio etrusco.

Gli scavi hanno riportato alla luce la base in pietra di diversi ambienti. Il fatto che della base restino solo le basi in pietra è dovuto alla tecnica costruttiva etrusca. Sulla base in pietra veniva eretto un telaio fatto in legno e canne intrecciate, poi riempito di argilla. I muri, una volta asciutti e secchi, erano intonacati e dipinti. A lato è visibile la base in pietra di una costruzione più piccola, risalente ad epoca arcaica (VI secolo a.C.).

Il santuario svolgeva funzioni di culto per le zone rurali circostanti. Gli scavi hanno riportato alla luce numerosi oggetti votivi, rappresentazioni in terracotta di parti del corpo umano: piedi, mani, mammelle, genitali e anche organi interni. Questi oggetti, riferiti a parti malate, una volta consacrati erano deposti nella cella della divinità, con la speranza che col suo intervento l'organo guarisse. L'accumulo di questi oggetti poneva il problema di smaltirne l'eccesso. Poiché si trattava di oggetti consacrati non era possibile semplicemente gettarli via. Erano perciò sepolti in fosse nell'area adiacente al tempio.

La guida termina il suo discorso. Ci incamminiamo con passo stanco verso le automobili, per fortuna parcheggiate non lontano, grati della sosta come delle dotte spiegazioni.

 


28 aprile 2002, Giampiero Marcello.

 

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