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Le lingue di cui possiamo avere esperienza diretta sono quelle oggi correntemente parlate, oppure registrate e trasmesse ai posteri in qualche forma da chi le parlava, vuoi per iscritto o anche per tradizione orale. I linguisti hanno ricavato un quadro di parentele e affinità tra queste lingue e hanno anche elaborato ragionevoli congetture su quelle scomparse da cui le lingue conosciute deriverebbero. La domanda posta dall'autore è semplice: cosa ha da dire l'archeologia a questo proposito? Fino ai primi decenni del XX secolo gli studiosi collegavano lingua e archeologia in termini di invasioni e migrazioni. Poche cose sono così intimamente legate a una popolazione come la lingua. Confrontando i resti materiali lasciati dalle popolazioni preistoriche e recuperati dagli scavi archeologici, gli studiosi hanno cominciato a trarre conclusioni sulle differenze delle lingue parlate da queste genti. Se le ceramiche ritrovate in due luoghi diversi erano molto simili, quando le quantità recuperate erano tali da escludere l'importazione da un luogo all'altro, gli studiosi di solito erano propensi a concludere che chi le aveva prodotti aveva una cultura e quindi anche una lingua comuni. Quando reperti più recenti ne rimpiazzavano altri più antichi, completamente diversi, si confrontavano i reperti più recenti con quelli di altre popolazioni, con lo scopo di individuare la provenienza geografica di chi li aveva prodotti. Le carte di distribuzione delle testimonianze archeologiche - ceramiche e altri oggetti - "animate" in funzione del tempo (un po' come le carte mostrate nelle previsioni meteorologiche) erano perciò la base per ricostruire questi movimenti di genti, immaginati come drammatici e sconvolgenti. Oggi gli studiosi si mostrano sempre più restii a giustificare con spostamenti apocalittici di persone lo sviluppo di una civiltà; più spesso si esprimono in termini di formazione di una civiltà sulla base di apporti di varia origine, in diversi casi pacifica, come il commercio e l'imitazione. La connessione tra testimonianze archeologiche e fenomeno linguistico diventano perciò più sfumate e incerte. L'autore ritiene però che sia possibile proporre su nuove basi l'apporto dell'archeologia al chiarimento del problema della diffusione delle lingue. Non si tratta di escludere in ogni caso le migrazioni, afferma l'autore. Più semplicemente occorre riconoscere che le prove a sostegno delle migrazioni in diversi casi non erano adeguate. Oggetto del libro sono le lingue dell'Europa e dell'Asia occidentale e le loro origini. L'autore propone una soluzione nuova a questo problema. Ad esempio, si ritiene generalmente che i Celti si stabilirono nelle Isole Britanniche e in Irlanda intorno al 2000 a.C. provenienti da un'area di origine situata da qualche altra parte in Europa. L'autore ritiene invece di poter mostrare che non c'è prova a sostegno di questa tesi e che le lingue celtiche hanno antecedenti molto anteriori nelle aree in cui ancora oggi sono parlate. Se questo è vero anche per altre popolazioni europee, dobbiamo ammettere che le origini culturali e linguistiche dei popoli europei sono molto più profonde e vanno ritrovate in un passato molto più lontano. Ciò ha implicazioni molto importanti per il concetto oggi in voga di società proto-indoeuropea proposto dallo studioso francese Dumézil. Molte delle caratteristiche delle società studiate da Dumézil e da lui indicate come essenzialmente indo-europee e quindi fatte risalire ad archetipi comuni ai singoli popoli, secondo la nuova prospettiva sarebbero invece uno sviluppo parallelo di società distinte, già separatesi dal ceppo comune. La ricerca di una origine comune dei popoli che parlavano le lingue indoeuropee e la ricostruzione di questa società originaria è basata essenzialmente sugli studi linguistici. Le similitudini tra le lingue indoeuropee hanno permesso agli studiosi di proporre un vocabolario della lingua progenitrice di tutte le altre (protolingua). Poiché non tutte le parole delle lingue indoeuropee sono riconducibili ad un vocabolo della ipotizzata protolingua, il vocabolario per essa proposto dagli studiosi è molto più ristretto di quello di ciascuna delle lingue che da essa sarebbero originate. Si è pensato allora che le parole rimaste più simili tra loro nelle varie lingue, quindi più vicine alla protolingua, fossero quelle più rivelatrici della società originaria dei parlanti questa protolingua. Gli studiosi hanno perciò pensato di poter ricostruire le caratteristiche originarie di questo popolo originario sulla base del vocabolario della protolingua fornito dagli studi linguistici. Ne è venuto fuori il quadro di una società pastorale, di guerrieri a cavallo con caratteristiche fisiche superiori, perciò alti e forti, padroni di tecniche metallurgiche avanzate e perciò in possesso di armi migliori. Queste tribù, mobilissime, furono in grado in breve tempo di soggiogare le popolazioni abitanti un'area vastissima come quella dell'Europa, dell'Asia occidentale e della penisola indiana e di imporre la propria cultura e la propria lingua. La terra originaria di questa ancestrale, quasi mitica civiltà guerriera è stata localizzata prevalentemente o nel Nord Europa o, dagli studiosi più recenti, nelle steppe meridionali della Russia. L'autore ritiene che i dati archeologici possono essere meglio interpretati alla luce di una spiegazione completamente diversa. La diffusione e la formazione delle lingue indoeuropee avrebbe avuto luogo in connessione con un fenomeno essenzialmente pacifico, la diffusione dell'agricoltura. L'area originaria delle tecniche agricole è stata localizzata nell'Asia occidentale; la loro diffusione iniziò nel VII millennio a.C.: da un'area compresa tra la Mesopotamia e l'Anatolia l'agricoltura si diffuse verso oriente nella valle dell'Indo e verso occidente a Creta e in Grecia. Tale processo già nel IV millennio aveva interessato l'intera Europa, incluse le Isole Britanniche fino alle Orkney, alla estremità settentrionale della Scozia. L'affermazione delle lingue indoeuropee dal ceppo originario comune fu perciò un processo iniziato molto prima di quanto tradizionalmente ammesso. Il libro espone nei dettagli questa nuova e affascinante sintesi sulle origini della civiltà europea, sviluppata dall'autore discutendo e collegando elementi forniti non solo dall'archeologia, ma anche dall'antropologia, la genetica, la demografia e l'economia delle comunità preistoriche. Giampiero Marcello | ||||||||||||||||||||||||||||||||
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His most important and far-reaching book: the pace is exhilarating, the issues are momentous... Archaeology and Language breaks new ground by bringing the findings of the two sciences back into relationship more successfully than any other scholar in this century. We have come a long step closer towards understanding human origins. Peter Levi, Independent ------ Are the peoples of Europe descended from the mounted nomad warriors of the Eurasian steppes? Are modern European languages derived from a single Indo-European tongue? In this controversial and seminal work, Professor Renfrew rejects long-standing theories of the spread of European languages that rely on mass migrations or conquests on a dramatic scale. Instead he proposes the radically new theory that our huge family of languages evolved among the first settled farmers of Anatolia, around 7000 BC, and spread gradually and peacefully outwards with the expansion of agriculture. The time-scale, the geographical spaces, the questions and methods of inquiry adduced in this concise book, are vast ... Throughout this teeming study, Renfrew is pursuing a single, utterly fascinating puzzle: who are we Europeans, where do the languages we speak really stem from? George Steiner, Sunday Times | ||||||||||||||||||||||||||||||||
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COLIN RENFREW was born in 1937 and studied natural sciences and archaeology at Cambridge, graduating with first-class honours. While at Cambridge, he was President of the Union. He travelled in Eastern Europe and in Spain and then undertook field-work in the Cycladic Islands of Greece. In collaboration with Professor J.D. Evans, he led an expedition to excavate the first Stone Age settlement to be discovered on the Cyclades. In 1969 and 1970 he was field director of the Anglo-American excavations at the important pre-historic settlement mound at Sitagroi in North Greece, and from 1974 until 1976 he directed the excavations at the Bronze Age town of Phylakopi on the Cycladic island of Melos. He was a research fellow at St John's College, Cambridge, from 1965 to 1968, and has lectured in European prehistory at the University of Sheffield and at the University of California at Los Angeles and was Professor of Archaeology at the University of Southampton. He was a member of the Royal Commission on Historical Monuments (England) for ten years until 1987 and is a member of the Ancient Monuments Advisory Committee. Professor Renfrew was made a Fellow of the British Academy in 1980. He was Master of Jesus College, Cambridge, and is Disney Professor of Archaeology at the university. He is currently Director of the McDonald Institute for Archaeological Research and since 1991 has sat in the House of Lords as Lord Renfrew of Kaimsthorn. As well as contributing scientific papers to Nature, Scientific American and archaeological journals, he has written and edited many publications on archaeology. His own books include The Emergence of Civilization (1972), Before Civilization (1973), Problems on European Prehistory (1979), Approaches to Social Archaeology (1984), The Prehistory of Orkney (1985), The Archaeology of Cult (1985), The Cycladic Spirit (1991), The Ancient Mind (1994) and, with G. Daniel, The Idea of Prehistory (1988). He also edited The Explanation of Culture Change (1973), British Prehistory: A New Outline (1974) and Theory and Explanation in Archaeology (1982). | ||||||||||||||||||||||||||||||||
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CONTENTS
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GATC - Gruppo Archeologico del Territorio Cerite - www.gatc.it