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L'archeologia del paesaggio è uno sviluppo relativamente recente degli studi archeologici, proposto dalla scuola anglosassone e diffusosi dopo la seconda guerra mondiale. L'archeologia del paesaggio mira a ricostruire le varie fasi degli insediamenti umani in una regione, delineando sviluppo e decadenza di centri abitati e fattorie, la loro distribuzione sul territorio, le modalità di sfruttamento delle risorse naturali, le vie di comunicazione. Mentre l'archeologia tradizionale si occupa di un insediamento umano come una entità a sé stante, prendendo in considerazione solo l'ambiente immediatamente circostante, l'archeologia del paesaggio considera tutti insieme gli insediamenti di una vasta area, come facenti parte di un "tessuto" archeologico unico, con lo sfondo di un paesaggio continuamente modificato dall'uomo e dalle forze della natura. Per ottenere tale visione d'insieme l'archeologia del paesaggio produce carte di distribuzione degli insediamenti umani riferite a una successione di epoche, integrando scavi e ricognizioni di superficie nel territorio, quest'ultima consistente nella ricerca dei segni del passato affioranti dal terreno senza effettuare operazioni di scavo. In Italia importanti studi con questo approccio furono condotti dalla British School at Rome, presso la quale l'autore ha lavorato a lungo. Il libro rappresenta una sintesi di un quarto di secolo di ricerche condotte dalla prestigiosa istituzione anglosassone nell'Etruria meridionale a partire dagli anni '50, sotto la guida del suo direttore, John Ward Perkins. L'area oggetto di studio si estende per quasi 1.000 km2 a Nord di Roma, comprendendo: l'area di Veio; la via Clodia tra La Storta e Bracciano; la regione Falisca; L'Ager Capenas delimitato a Est dal corso del Tevere e a Ovest dalla via Flaminia; l'area di Sutri. L'organizzazione stessa dell'opera illustra in modo esemplare il metodo dell'archeologia del paesaggio. Il primo capitolo introduce il metodo, soffermandosi su due aspetti fondamentali: la tipologia degli insediamenti e la cronologia. L'autore distingue tra siti "aperti" e siti "difesi". I primi sono collocati su un terreno relativamente pianeggiante, con un rapido accesso ai campi e con facili collegamenti alle vie di comunicazione. I secondi si trovano in luoghi isolati, di difficile accesso, protetti da imponenti difese naturali. Nell'Etruria medidionale i siti aperti sono in prevalenza fattorie o ville rurali, mentre i siti difesi sono generalmente villaggi o centri urbani. La prevalenza dei siti aperti in una regione delinea un modello di insediamento sparso, tipico di certe epoche, cui si contrappone il modello accentrato, in cui sono più numerosi i siti difesi, che caratterizza epoche difficili e insicure. I due modelli si alternano nei tre millenni di storia che corrono dall'Età del Bronzo al tardo Medioevo. Descrivere come un modello di insediamento si afferma e spiegare le ragioni del suo decadere costituisce lo scopo della vasta ricerca di cui Potter propone una sintesi brillante. La cronologia è essenziale. Le carte di distribuzione dei siti, infatti, si riferiscono a epoche successive nel tempo. Da qui deriva una attenzione particolare per i reperti offerti all'attenzione del ricercatore dalla ricognizione di superficie e dallo scavo. Essendo lo studio dei reperti finalizzato essenzialmente alla ricostruzione cronologica, non sono importanti solo le sue caratteristiche estetiche o artistiche, quanto la presenza di caratteristiche riferibili a un preciso contesto culturale collocabile nel tempo. Reperti umili, come vasellame d'uso quotidiano, diventa prezioso per l'archeologo se può dare indicazioni su chi e quando impiegava l'oggetto da cui originano. Il secondo capitolo è dedicato allo studio della regione dal punto di vista geografico: le caratteristiche morfologiche del territorio, il clima, le risorse naturali. Questo è il quadro entro il quale la vicenda umana si sviluppa. I capitoli successivi sono dedicati alle epoche che scandiscono la presenza dell'uomo nell'Etruria meridionale: la preistoria; la transizione verso organizzazioni politiche e sociali complesse nel I millennio a.C.; il periodo classico, segnato dalla conquista romana tra il IV e il III seolo a.C., fino alla fine dell'Impero Romano alla metà del I millennio d.C.; il Medioevo. Un affresco storico di grande respiro, puntualmente sostenuto dai risultati delle ricerche archeologiche e d'archivio. Una lezione di metodo, scritta in modo chiaro e appassionante anche per il lettore non specialista. Giampiero Marcello | ||||||||||||||||||||
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Nel linguaggio e nella cultura del nostro paese è consueta la distinzione tra uno spazio che produce, il territorio (oggetto di scelte politiche e di utilizzazioni socioeconomiche), e uno spazio prodotto, il paesaggio (oggetto di studio e di romantica contemplazione). Esiste oggi una disciplina, poco frequentata e scarsamente nota in Italia, che è in grado di eliminare questa frattura tra geografia dei passato e geografia dei presente: si tratta della landscape archaeology o archeologia del paesaggio, un metodo di analisi delle strutture territoriali basato sullo studio e l'interpretazione dei resti materiali che l'uomo ha lasciato attorno a sé. Questa ricerca non conosce limiti cronologici: come nello scavo si procede dal più recente al più antico, nell'indagine topografica bisogna ripercorrere, 'sfogliare' a ritroso ogni vicenda, tenendo presente che ciascun paesaggio si è sovrapposto ai precedenti, trasformandoli. L'obiettivo non è dunque quello di descrivere un certo assetto del territorio nel passato, quanto piuttosto di capire i meccanismi di trasformazione delle strutture territoriali nel tempo storico. Ciò è possibile solo percorrendo archi cronologici sufficientemente ampi della stratigrafia del paesaggio, cogliendo soprattutto l'interazione tra i diversi livelli in successione, combinando, cioè, le sezioni orizzontali con quelle verticali, la sincronia con la diacronia, l'evento con la durata: il lettore, insomma, avrà l'idea di camminare, quasi da occasionale turista, nel tempo e nello spazio di urta regione suggestiva quant'altre mai: dalla preistoria alla storia, in un susseguirsi di testimonianze - e quindi di accadimenti - che parlavo più lingue e attestano diverse civiltà. Una su tutte, quella degli etruschi pare connotare l'area studiata da Potter in senso davvero speciale: l'alone di mistero che per tradizione accompagna questo popolo si sposa con la concretezza della quotidianità più vissuta: è un po' come se le azioni e gli oggetti di un gruppo etnico rivivessero in quel paesaggio con forza inusitata, quasi a voler conservare per sempre l'Etruria degli etruschi. | ||||||||||||||||||||
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TIMOTHY W POTTER (Rughby, 1944) già professore incaricato in materie umanistiche e in archeologia presso l'università di Lancaster, ha collaborato per lunghi anni al Progetto per l'Etruria meridionale. Ha condotto scavi su vasta scala nel nord-ovest dell'Inghilterra e in Nord Africa. Attualmente lavora presso il Department of Prehistoric and Romano British Antiquities del British Museum. Autore di numerosi saggi e articoli su riviste specializzate italiane e inglesi. Potter deve essere particolarmente ricordato per il suo A Faliscan Town in South Etruria. Excavations at Narce 1966- 71, pubblicato nel 1976 dalla British School at Rome. | ||||||||||||||||||||
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Indice
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GATC - Gruppo Archeologico del Territorio Cerite - www.gatc.it