Robert M. Ogilvie
LE ORIGINI DI ROMA
il Mulino, 1999
pp. 233

L'opera di Ogilvie è dedicata alla fase formativa di Roma, alla sua trasformazione da costellazione di piccoli insediamenti agro-pastorali sulle colline circostanti la riva meridionale del Tevere ad una vera e propria città, sul modello di quelle che stavano sorgendo a Sud per opera dei Greci e a Nord per opera del popolo etrusco.

Dopo aver esaminato il problema delle fonti storiche classiche, l'autore si occupa dell'incontro tra Etruschi e abitanti originari di Roma, dal quale prese avvio il processo di formazione della città. Per usare le parole dell'autore "Non fu un caso di usurpazione del trono da parte di stranieri in forma provvisoria: fu una profonda compenetrazione della società ad ogni livello." (p. 39)

L'influenza degli Etruschi nella nascita della città è riconosciuta dall'autore nella definizione dell'impianto urbanistico: le capanne furono sostituite da case con muri e tetto in tegole; la città si dotò di strade, di edifici pubblici, di mercati, di opere per il drenaggio dell'acqua.

Gli Etruschi ebbero un grande peso anche nella religione. Giove divenne la principale divinità romana al posto di Marte, come Tinia primeggiava tra gli dei etruschi e Zeus nell'Olimpo greco. La trinità Tinia (Giove), Uni (Giunone) Menrva (Minerva) sostituì la trinità romana originaria Marte, Giove, Quirino. Il calendario romano basato sul ciclo lunare ma corretto in base a quello solare è, secondo l'autore, dovuto all'influenza etrusca, in sostituzione dell'originario calendario puramente lunare.

Infine, anche l'organizzazione militare romana deve molto agli Etruschi. E' difficile ricostruire le fasi di sviluppo dell'esercito romano. Secondo l'autore la denominazione antichissima e di origine etrusca di tre gruppi di uomini legati all'organizzazione militare - Ramnensi, Tiziensi e Luceri - testimonierebbero questa influenza.

L'autore affronta nel capitolo quarto la nascita delle istituzioni politiche di Roma. Il fondamento dell'organizzazione politico-militare di Roma, dalla Curia, basata secondo l'autore su elementi etnici, si passò con la riforma di Servio Tullio ad un sistema territoriale e censuario. Si diveniva così cittadini romani non più per l'origine etnica, ma in base al luogo di residenza ed alla capacità di contribuire alla sua difesa procurandosi un equipaggiamento da combattimento regolare. Roma divenne così una città aperta nei confronti di quei nuovi arrivati, mercanti e artigiani, che altrove erano tenuti ai margini della vita sociale e civile pur contribuendo alla prosperità cittadina.

I capitoli V, VI e VII sono dedicati all'ultima fase del periodo monarchico, la fase culminante di Roma etrusca, durante il quale emerge la figura di Servio Tullio, il riformatore, che probabilmente etrusco non era ma che si adoperò molto per la fusione dell'elemento latino con quello etrusco, e di Tarquinio il Superbo, l'ultimo re, continuatore aggressivo della politica serviana di estensione dell'influenza politica di Roma nel Lazio. E' interessante seguire l'autore nell'analisi puntuale delle fonti letterarie e archeologiche: i veli degli abbellimenti e le invenzioni della tradizione classica sono man mano sollevati dall'autore, permettendo così al lettore di valutare in prima persona quali siano i fatti da considerare sicuri o almeno probabili nella ricostruzione storica.

La cacciata di Tarquinio il Superbo chiude il periodo monarchico e secondo alcuni segna la fine dell'influenza etrusca su Roma. In realtà, secondo l'autore, Roma era una città profondamente etruschizzata e i rapporti col mondo etrusco continuarono. Il passaggio dalla monarchia alla repubblica fu, secondo l'autore, contrassegnato da confusione e crisi per almeno mezzo secolo, diversamente da quanto raccontato dagli storici latini che descrivono un passaggio immediato e non traumatico al sistema dei due consoli.

In realtà i re etruschi e Servio Tullio avevano rafforzato Roma e ne avevano ampliato la sfera di influenza. La città era divenuta nel VI secolo a.C. la forza dominante del Lazio e la sua importanza era riconosciuta internazionalmente.

I capitoli dall'VIII al XI trattano il periodo dopo la cacciata dei Tarquini. La difficile transizione della Roma post-monarchica nel V sec. a.C., tra tensioni sociali interne e minacce esterne, è esaminata con attenzione dallo storico inglese, a confronto con gli studi archeologici, quando possibile.

L'autore discute le condizioni di partenza che portarono alla istituzione della commissione dei decemviri, incaricati di compilare le Dodici Tavole delle leggi, e il contenuto delle leggi pubblicate, a noi noto solo attraverso le citazioni di commentatori e giuristi posteriori.Sono poi valutate le riforme successive alla pubblicazione delle Dodici Tavole, adottate in seguito a forti pressioni popolari. Come mostra l'autore, testimonianza e invenzione si mescolano nei resoconti degli storici latini. Le condizioni drammatiche di Roma nel periodo 440-410 a.C., dovute alle carestie e allo scontro con Veio, la potente vicina città etrusca, che dominava l'altra sponda del Tevere, sono con maestria delineate dall'autore.

Gli ultimi due capitoli sono dedicati ai due momenti cruciali della storia di Roma repubblicana, nei quali fu messa a rischio l'esistenza stessa della città: la fase culminante dello scontro con Veio, conclusosi con la sconfitta definitva della città rivale, e il sacco di Roma da parte dei Galli. Anche qui l'autore si impegna per separare la realtà storica dagli abbellimenti e dalle ricostruzioni di comodo degli storici posteriori. La figura di Furio Camillo, l'eroe di quelle vicende, , una volta spogliata dell'agiografia emerge in tutta la sua grandezza. Chiude l'opera la disfatta ad opera dei Galli, il momento più drammatico della storia romana arcaica che avrebbe potuto segnare la fine stessa della città. Giampiero Marcello

Nella sua prima fase la storia di Roma ha come centro focale l'incontro con la complessa e raffinata civiltà urbana degli Etruschi, che si insediano a Roma sul finire del VII secolo a.C. e si mescolano alla popolazione nativa, trasformando in breve un piccolo villaggio di pastori in una città vera e propria. In questi primi secoli, tra la fine della monarchia e l'inizio della repubblica, Roma acquista lentamente una propria identità e prende a espandersi nel territorio, scontrandosi con le popolazioni circostanti. Non una storia lineare, ma una vicenda accidentata, segnata da crisi profonde in cui Roma stessa rischia di scomparire: basti pensare alla calata dei Galli e al sacco della città, nel 390 a.C., che chiudono il periodo considerato nel volume.

ROBERT M. OGILVIE (1932-1981) è stato professore di Discipline classiche nella St. Andrews University. Tra le sue opere: Romans and their Gods in the Age of Augustus (1970) e Roman Literature and Society (1980).

 

Indice del volume

Prefazione all'edizione italiana, di Oswyn Murray p. 9

Presentazione 17

I. Introduzione storica 19

II. Le fonti 23

III. L'arrivo degli Etruschi 39

IV. Nascita di una nazione 59

V. Servio Tullio 73

VI. Tarquinio il Superbo 83

VII. La caduta della monarchia 91

VIII. I primi anni della repubblica 105

IX. Il Decemvirato 123

X. Riforme politiche dopo il Decemvirato 139

XI. Difficoltà militari ed economiche (440-410 a.C.) 153

XII. Veio 165

XIII. Il disastro gallico 177

Appendici 191

Bibliografia 207

Indice dei nomi e degli argomenti 227

 

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