|
|
|
|
E' una storia fantastica quella che l'autore racconta in quest'opera. L'attributo può essere inteso qui in entrambe le sue accezioni. "Fantastica" nel senso che gli aspetti del commercio delle spezie nel mondo antico hanno dell'incredibile agli occhi di noi moderni: le rotte commerciali si estendevano per terra e per mare per migliaia di chilometri; eppure le merci erano trasportate con regolarità da un capo all'altro di queste rotte. "Fantastica" nel senso che la ricostruzione storica, precisa e appassionante allo stesso tempo, apre al lettore prospettive inedite sul mondo antico, nella quale l'Occidente e l'Oriente sono perfettamente consapevoli l'uno dell'altro e in contatto tra loro, non due mondi a parte come induce a pensare la porspettiva esclusivamente mediterranea adottata in genere nello studio del mondo antico. L'autore è in una posizione privilegiata per cogliere questi legami tra Europa e Asia. Formatosi negli studi classici e storici, prestò servizio militare in Medio Oriente durante la prima guerra mondiale e nel dopoguerra entrò a far parte dell'amministrazione coloniale britannica in Estremo Oriente. L'opera comincia con un inquadramento delle spezie nel mondo antico. Le spezie nell'antichità avevano molteplici e importanti funzioni: l'impiego come condimento per alterare il sapore di cibi e bevande era solo uno degli usi, e non il più importante. Altri usi riguardavano il campo medico, i cosmetici e il cerimoniale religioso e ufficiale. La gran parte delle spezie erano di origine vegetale. La provenienza delle spezie era limitata, in quanto le piante da cui esse erano ricavate crescevano in condizioni climatiche ben precise. L'identificazione esatta dal punto di vista botanico delle spezie citate nelle fonti classiche e l'individuazione dell'habitat originario è perciò un aspetto importante nella ricostruzione delle vie delle spezie. A questi aspetti sono dedicati i capitoli dal secondo al sesto. L'autore individua cinque grandi regioni dalle quali provenivano le spezie dirette a Roma: la Cina, l'India, l'Arabia, l'Africa orientale, e lo stesso impero romano. Ognuna di queste regioni era collegata con Roma mediante vie commerciali, sulle quali transitavano i mercanti di spezie. Le rotte, gli empori e i trasporti costituiscono l'oggetto dei quattro capitoli successivi. I percorsi dei mercanti sono ricostruiti nel capitolo VII, "Le vie del commercio". L'autore segue con attenzione le carovane lungo la Via della seta, in realtà un reticolo di piste che attraversavano l'Asia centrale, unendo la Cina col Vicino Oriente e il Mediterraneo. I mercanti viaggiavano anche via mare. Le isole dell'Oceano Indiano e del Pacifico - tra cui Formosa, le Molucche, Giava, Ceylon - erano inserite in un sistema di rotte che dalla costa cinese, dall'Indocina, dalla penisola indiana, passando per il Mar Arabico e il Mar Rosso, dopo un breve tratto per via terra arrivavavano ad Alessandria e a Gaza nel Mediterraneo. Sorprendente è la ricostruzione nel capitolo ottavo dell'avventurosa rotta del cinnamomo, la nostra cannella, che navigatori indonesiani trasportavano dalla Cina meridionale attraverso l'Oceano Indiano fino alla costa orientale dell'Africa. Gli abitanti dell'Indonesia avevano colonizzato il Madagascar sin dal III millennio a.C. e avevano mantenuto relazioni marittime con le terre d'origine. Plinio il Vecchio, attento nel raccogliere e vagliare i racconti dei mercanti e dei navigatori, è il primo che nella sua "Historia naturalis" descrive il vero percorso seguito dal cinnamomo, una spezia molto diffusa nel mondo mediterraneo fin dal IV sec. a.C. Plinio non può trattenersi dall'esprimere la sua ammirazione per questi "uomini coraggiosi" che sfidavano l'Oceano Indiano con le loro canoe a doppio bilanciere, chiamate "zattere" dall'autore classico. Quando il monsone invernale iniziava a soffiare violento, essi iniziavano il loro viaggio, percorrendo il mare aperto circa 4.500 miglia (oltre 8.000 chilometri!) L'esattezza del resoconto di Plinio è stata confermata dalle ricerche moderne. I capitoli IX e X sono dedicati rispettivamente agli empori e ai trasporti. Gli empori erano centri commerciali, verso i quali le mercanzie erano portate per la loro distribuzione. Gli empori si trovavano necessariamente nei punti di incontro di importanti vie di comunicazione, terrestri, fluviali e marittime. Vi abitava una popolazione cosmopolita, abile nel trattare gli affari, dedita ai servizi necessari per il commercio. I trasporti erano effettuari di norma da gente del mestiere, che si servivano dei mezzi di trasporto che col tempo si erano mostrati più adatti alle condizioni imposte dalla natura degli ambienti attraversati. I capitoli XI, XII e XIII sono dedicati all'analisi dei flussi commerciali da e verso i territori dell'impero romano, nonché allo studio della bilancia dei pagamenti. Le importazioni dalle terre d'Oriente comprendevano prevalentemente spezie e materie prime o semilavorati per la fabbricazione di beni di lusso, quali quelli della gioielleria e dell'abbigliamento. Non mancavano però beni di uso comune come stoffe di cotone, particolarmente ricercate nei climi caldi del Mediterraneo. Nelle esportazioni prevalevano i prodotti manufatti e semimanufatti di elevata qualità artigianale. Erano esportati anche beni alimentari come vini pregiati e grano. Il corallo, poi, era molto apprezzato nella gioielleria orientale. Secondo Plinio le importazioni di merci dall'Oriente causano un deflusso di oro dall'impero romano verso l'esterno; tale flusso annuo è stimato in 100 milioni di sesterzi, per quanto riguarda India, Cina e Arabia. L'affermazione è importante ma senza alcune qualificazioni la sua portata è minore di quello che sembra. Si tratta del valore totale delle merci importate da quelle regioni? O solo della differenza tra importazioni e esportazioni (essendo le seconde inferiori alle prime)? Oppure il saldo dei movimenti nei due sensi di moneta aurea? Nella prima ipotesi il valore indicato da Plinio ridimensionerebbe l'importanza del commercio estero per l'impero romano: un terzo del patrimonio di Seneca, stimato in 300 milioni di sesterzi, potrebbe pagare le importazioni annue dell'impero. Di fronte a questa stima eccessivamente ridotta, alcuni autori propongono che il valore si riferisca alle sole importazioni di Roma. L'autore propone, in modo convincente, che Plinio si riferisca al saldo dei movimenti in moneta aurea in entrata e in uscita dall'impero. Ciò lascia indeterminato il valore del commercio estero dell'impero ad un ammontare probabilmente molto superiore. Ciò è tanto più probabile se si tiene conto che una parte notevole nei pagamenti doveva averla il credito e che una buona parte degli scambi era basata sul baratto delle merci. Un deficit persistente nella bilancia valutaria dei pagamenti non è sostenibile se non è finanziato da acquisizioni auree adeguate. L'autore stima che la produzione aurea dell'impero, che aumentava con l'espandersi del territorio sotto il dominio di Roma, più i bottini delle conquiste permisero di sostenere tale situazione a lungo, smentendo le preoccupazioni di Plinio che tale deflusso prosciugasse le riserve dell'impero. Secondo l'autore la libertà di esportazione dei metalli preziosi concessa dal governo romano non era casuale, ma aveva il preciso scopo di ampliare il commercio romano all'estero. L'autore osserva che i prezzi dell'oro e dell'argento rispetto agli altri beni tendeva a calare. L'immissione nel mercato di grandi quantitativi addizionali annuali di metalli preziosi dava luogo a un eccesso tendenziale dell'offerta. Ciò fornisce lo spunto per una interpretazione dell'inflazione nel periodo imperiale, che l'autore non sviluppa. Il calo del prezzo dell'oro e dell'argento rispetto agli altri beni significava che con una libbra romana d'oro era possibile acquistare un quantitativo man mano minore di altri beni, ovvero che per acquistare sempre lo stesso quantitativo di bene la quantità d'oro da conferire in cambio doveva aumentare. Essendo il contenuto in metalli preziosi delle monete fissato, ed essendo le monete domandate anche in quanto contenenti metallo prezioso, ciò implicava un aumento tendenziale dei prezzi monetari. Le riforme monetarie di Nerone e degli altri imperatori possono allora essere interpretate come il tentativo di mantenere inalterato il rapporto del contenuto di metallo prezioso della moneta con gli altri beni, compensando così la perdita di valore della moneta. Ma proprio perché le monete erano richieste anche per il loro contenuto di oro e di argento, ciò non fece che aggravare il problema dell'inflazione. Il penultimo capitolo tratta dell'opera dei geografi. Essi raccolsero dai viaggiatori, soprattutto mercanti, notizie sul mondo conosciuto. L'opera dei geografi per verificare, confrontare, rendere coerenti le informazioni dei mercanti e dei marinai fu preziosa e probabilmente tutt'altro che facile: oltre a dover distinguere tra realtà e fantasia nei racconti raccolti, il geografo doveva elaborare e sistematizzare una massa di informazioni che doveva essere già allora ingente. I geografi greci furono i migliori. Essi furono debitori verso un'altra categoria di studiosi, gli astronomi e i matematici che speculavano sulla forma della terra, i quali gettarono le basi matematiche per la misura delle distanze terrestri, introducendo il sistema di coordinate con paralleli e meridiani in base sessagesimale, ancora oggi in uso. Il breve capitolo conclusivo sottolinea il ruolo essenziale dei Romani nel creare l'unità del mondo antico, un solido ponte culturale e commerciale tra l'Europa e l'Oriente, e nel promuovere un'era di benessere e di relazioni tra i popoli. Proprio il benessere dell'impero fu, secondo l'autore, fu la vera causa del declino dell'impero romano. La notizia della prosperità di Roma presso i barbari rese irresistibile l'attrazione che essa esercitava su di essi, scatenando il loro desiderio di bottino e di gloria. Giampiero Marcello | |
|
« Nella storia del commercio antico delle spezie la verità realmente sorprende piú della fantasia romanzesca». Cosí scrive l'autore all'inizio di questo libro davvero straordinario. Le spezie erano un ingrediente fondamentale della cucina romana, le droghe entravano nella medicina, i profumi nella toilette privata e nei culti pubblici. Casia, pepe, garofano, loto, menta, senape, nardo, papavero, ruta, timo e cento altre qualità di vegetali esotici giungevano nella grande capitale dell'impero per lo piú dall'Oriente. Facevano ínterminabili viaggi dall'Arabia, dalla Persia, dalla Cina, dall'India, per un intrico di strade che gremivano l'Asia continentale, punteggiate da metropoli e caravanserragli: Taxila, Samarcanda, Dura Europos, Petra... Oppure fluivano lungo le rotte marittíme, tra la Malacca, l'India, il Mar Rosso e gli scalí del Malabar, dell'Eritrea, del Madagascar, del Sinai... Le carovane dei cammelli attraversavano le montagne e i deserti, in una babele di razze, di lingue e di monete, mentre le piroghe filavano lungo i ritmi mutevoli dei venti oceanici. La ricostruzione, spesso del tutto nuova, sulle fonti letterarie, storiche e archeologiche, di questi traffici avventurosi e spesso misteriosi, è l'impresa realizzata in questo libro da J. Innes Miller, impiegato per lunghi anni nell'amministrazione coloniale inglese e curioso cultore di studi classici. La prima parte è dedicata all'elenco ragionato e all'individuazione di tutte le spezie di cui abbiamo notizia per la civiltà antica al suo apogeo, con lo studio delle loro terre di origine, delle loro qualità, dei loro usi. Seguono poi le modalità e le vie del loro commercio, la descrizione dei convogli, dei depositi, dei mezzi di scambio. Cosí, in queste pagine, che saldano gli itinerari di Alessandro Magno a quelli delle Mille e una Notte, si apre davanti ai nostri occhi il panorama insospettato di un'unità economica e culturale nel mondo antico, si rivelano i fondamenti, poi rimasti immutati nelle loro linee generali, delle relazioni fra l'Europa e l'Asia, associate a un intenso progresso nella conoscenza umana della botanica e della geografia, del mondo e della natura. | |
|
J. INNES MILLER, dopo gli studi classici e storici all'Università di Edimburgo e gli anni di guerra in servizio militare nella Mesopotamia, entrò nell'Amministrazione inglese in Malesia nel 1919, risiedendo a Singapore. Internato durante la seconda guerra mondiale, tornò in Malesia e fu Consigliere britannico nel Perak sino al 1948. Nel '55 divenne membro del Christ Church di Oxford.
| |
|
Indice Ringraziamenti XIII Abbreviazioni XV Roma e la via delle spezie Prefazione 3 I. La nozione classica di spezie 7 II. L'aspetto botanico 36 III. Spezie della Cina e dell'Asia sudorientale 40 IV. Spezie dell'India 69 V. Spezie della Persia, dell'Arabia e dell'Africa orientale 100 VI. Spezie dell'impero romano 112 VII. Le vie del commercio 120 VIII. La Via del Cinnamomo 154 IX. Gli empori 173 X. I trasporti 180 XI. Il commercio d'importazione 192 XII. Il commercio d'esportazione 202 XIII. La bilancia dei pagamenti 215 XIV. I geografi 240 XV. Conclusione 272 Appendice Il tariffario di Alessandria 275 Bibliografia 279 Indice dei luoghi 295 Indice dei nomi 305
|
GATC - Gruppo Archeologico del Territorio Cerite - www.gatc.it