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L'origine della città è uno di quei poblemi affascinanti, semplici da porre, ma che costituiscono un tema di difficile trattazione per gli studiosi. Cos'è una città? Come definirla? Il concetto stesso di città è elusivo. La semplice presenza di un agglomerato di abitazioni stabili non sembra sufficiente per individuare una città. Appare necessario introdurre un parametro dimensionale, ma l'arbitarietà della soglia che permetterebbe di distinguere una città da un villaggio introduce ulteriori complicazioni. Altri criteri sono perciò proposti: specializzazione funzionale degli spazi urbani, presenza di artigiani, lo sviluppo della scrittura che testimoni l'esistenza di un apparato amministrativo. Liverani raccoglie la sfida e in un volumetto agile si propone di spiegare con un linguaggio chiaro e accessibile la formazione della città di Uruk in Mesopotamia. Il titolo da "prima pagina" del volume non deve trarre in inganno. La ricostruzione non lascia spazio all'approssimazione del sensazionalismo storico; rigore e tono divulgativo si sposano perfettamente in questo saggio. Uruk è l'esempio più antico e tra i meglio documentati di centro urbano nella storia dell'uomo. Lo studio della formazione di questa città è oggi possibile anche grazie alla recente pubblicazione dei testi arcaici di Uruk, documenti amministrativi sotto forma di tavolette di argilla redatti con un sistema di scrittura molto antico, dal quale derivera la scrittura cuneiforme. Il processo formativodi Uruk durò qualche secolo; ebbe perciò tempi lenti, anche se raffrontato con i millenni dello sviluppo umano nel neolitico deve essere considerato piuttosto rapido. La documentazione archeologica e quella scritta forniscono alcuni punti fermi sui quali l'autore poggia la sua ipotesi ricostruttiva dei fattori economici e sociali che caratterizzano lo sviluppo urbano di Uruk. Tra i fattori tecnico-economici l'autore cita quelli che portarono a un sensibile aumento della produttività agricola, aumento che è stimato in un ordine di grandezza tra cinque e dieci volte rispetto ai metodi tradizionali. Tra queste nuove tecniche agricole, l'irrigazione a solco dei campi lunghi permetteva lo sfruttamento di grandi estensioni di terreno servite da un sistema di irrigazione unico. I campi erano posizionati in modo obbligato rispetto al sistema di irrigazione, fatto che induce l'autore a proporre l'esistenza di una agenzia specializzata che assicurasse il coordinamento necessario per pianificare lo sfruttamento del suolo agricolo. Tale agenzia era una vera e propria azienda agricola legata al tempio. L'azienda templare impiegava prestazioni lavorative sotto forma di corveé richieste ai villaggi nei periodi della semina e del raccolto in cambio di razioni alimentari, mentre il tempio costituiva l'istituzione centrale dalla quale proveniva il collante ideologico della socità. Questa struttura sociale (tempio/azienda templare/villaggio) costitui una innovazione radicale rispetto al rapporto bipolare comunità/capo che caratterizzava le società primitive. La necessità di controllare le prestazioni lavorative, la retribuzione del lavoro, la produzione portò allo sviluppo di un sistema di scrittura, di un sistema di numerazione e di un sistema di pesi e misure. Una elite di scribi-amministratori gestiva l'azienda templare per conto del dio, del quale i sacerdoti costituivano gli intemediari con la comunità. Gli edifici sacri si ingrandirono e divennero più imponenti, occupando una superficie crescente. L'aumento di produttività del nuovo sistema fu tale da permettere, intorno al tempio, il sostentamento di una comunità crescente, le cui attività si moltiplicarono e si intensificarono. Il villaggio, tipicamente 5-10 ettari di estensione, si trasformo in una città, con i circa 100 ettari di Uruk. La rivoluzione urbana di Uruk si compì tra il 3500 e il 3200 a.C. (cosiddetto periodo Antico-Uruk), raggiungendo nella maturità una influenza che si estendeva dalla Bassa Mesopotamia fino a avamposti commerciali in Iran e in Anatolia. L'eccedenza prodotta dall'agricoltura, essenzialmente orzo e lana, dalla quale erano ricavati i tessuti, non solo era redistribuita tra le comunità che abitavano la regione di cui Uruk era la capitale, ma era anche oggetto di scambio interregionale. Il commercio internazionale approvvigionava il paese di Uruk di prodotti di cui era povero: metalli, legname, pietre. Gli studiosi hanno discusso a lungo se un tale sistema economico fosse rigidamente controllato dal centro, con poco o nullo spazio per l'iniziativa privata, o se gli agenti del tempio che operavano nelle colonie e in terra straniera fossero mercanti, mossi da obiettivi di profitto personle. L'autore non prende posizione a favore di una o dell'altra tesi, ma sviluppa una proprosta propria. Il tempio impegnava i suoi agenti ad assicurare l'approvvigionamento di beni essenziali dall'estero sulla base di condizioni prefissate. I quantitativi di merci di produzione interna assegnati al mercante perché li cedesse sui mercati esteri dovevano avere in contropartita per il tempio quantità definite a priori di beni d'importazione. Gli obblighi del mercante nei confornti del tempio erano fissati in modo realistico, probabilmente con rapporti di cambio tra esportazioni e importazioni fissati su livelli prudenti dal punto di vista del mercante, tali che egli non incontrasse difficoltà nelle proprie operazioni commerciali. Eventuali margini commerciali in eccedenza ai rapporti fissati o operazioni complementari con prodotti non compresi negli obblighi contratti col tempio potevano costituire occasione di profitto privato per il mercante. Il collasso del sistema segnò la fine del periodo Tardo-Uruk intorno al 3000 a.C. La crisi toccò in maniera diversa centro e periferia. Le colonie e gli avamposti commerciali furono abbandonati, i segni dell'aministrazione statale scomparvero. Nel centro la crescita demografica e il tasso di urbanizzazione conobbe forse un rallentamento, ma la tradizione scribale e amministrativa probabilmente si mantenne. Sulle cause della crisi l'autore avanza alcune ipotesi di lavoro, non una vera e propria spiegazione. Può lo studio della crisi costituire l'occasione per un nuovo saggio, altrettanto chiaro e convincente? Giampiero Marcello | |||||||
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Nella bassa Mesopotamia del IV millennio a.C. si compie il salto dalla "barbarie" neolitica alla "civiltà" storica, ossia alla complessità organizzativa dello Stato, della vita urbana, dell'amministrazione e della scrittura. | |||||||
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MARIO LIVERANI (Roma, 1939) è ordinario di Storia del Vicino Oriente antico all'università «La Sapienza» di Roma, dove dirige il Centro Interuniversitario di ricerca sul Sahara antico. Visiting professor all'Oriental Institute dell'università di Chicago, ha tenuto corsi e conferenze in molte università americane ed europee. Ha collaborato a scavi in Siria (Ebla), in Turchia (Arslantepe), in Libia (Acacus). Oltre a numerosi articoli in riviste specializzate, fra i suoi scritti vanno ricordati: L'origine della città (Roma 1986), Studies on the Annals of Ashurnasirpal (Roma 1992), Akkad, the First World Empire (Padova 1993), Neo-Assyrian Geography (Roma 1995) Guerra e diplomazia nell'antico Oriente. 1600-1100 a. C. (Roma-Bari 1994) e Antico Oriente. Storia, società, economia (Roma-Bari 19973). | |||||||
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GATC - Gruppo Archeologico del Territorio Cerite - www.gatc.it