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Il volume è probabilmente uno dei più influenti lavori sull'economia antica apparso nel XX secolo. Pur correndo il rischio della semplificazione, la tesi centrale sostenuta dall'autore può essere così formulata: l'economia antica è essenzialmente diversa da quella moderna e non può essere studiata usando i concetti e gli strumenti analitici dell'economia moderna. L'apparato teorico dell'economia moderna fu sviluppato a partire dal "Tableau Economique" del francese Quesnay e da "The Wealth of Nations" dello scozzese Adam Smith, pubblicati rispettivamente nel 1758 e nel 1766. Prima di allora la parola economia (dal greco oikonomia) era riferita alla gestione degli affari familiari, e per estensione alla gestione delle finanze dello stato. La scienza economica degli antichi, secondo Finley, non esisteva perché la loro economia non era sufficientemente sofisticata da richiedere lo sviluppo di una scienza che se ne occupasse. L'altro elemento fondamentale che manca all'economia degli antichi sono le statistiche. Gli stati dell'antichità non svilupparono rilevazioni sistematiche, come fecero molto più tardi gli stati moderni con la rivoluzione industriale. I dati che ci sono pervenuti sulle attività economiche nell'antichità sono occasionali e incompleti. A tale carenza non è possibile porre un rimedio perché tali sono in origine: nessuna scoperta potrà porre rimedio a questa carenza conoscitiva. Queste due difficoltà rendono vano, secondo l'autore, lo sforzo di chi vuole studiare l'economia degli antichi con l'occhio moderno. Le interpretazioni proposte dai "modernisti" sono perciò insostenibili sul piano scientifico. L'autore argomenta in profondità la sua tesi nei capitoli successivi, dedicati a singoli, fondamentali aspetti dell'economia antica. La stratificazione sociale nell'antica Roma era basata su criteri diversi rispetto alla società contemporanea. L'ordine più elevato, anche in senso gerarchico, era quello dei senatori, membri del senato, appartenenti a famiglie influenti e molto ricche. Era loro preclusa qualsiasi attività che non fosse di natura politica e militare e la fonte della loro ricchezza doveva essere esclusivamente la proprietà fondiaria. Essi non erano perciò imprenditori, tanto più che impegnati come erano negli affari pubblici non si occupavano direttamente della gestione delle loro proprietà. I cavalieri erano tutti i non senatori la cui ricchezza fosse superiore a 400.000 sesterzi. I membri di questo ordine potevano occuparsi di attività come la riscossione delle tasse e il commercio marittimo, precluse ai senatori. Una parte importante anche se minoritaria di essi, i publicani, era impegnata nei contratti pubblici riguardanti gli appalti per le forniture militari o per l'approvvigionamento alimentare della capitale. Tuttavia la grande maggioranza di essi erano proprietari terrieri, come i senatori, e non rappresentavano una classe media capitalistica. Trimalcione, il liberto eroe del romanzo di Petronio, era ricco quanto i senatori più ricchi e possedeva grandi estensioni di terra. Tuttavia gli erano precluse certe attività e frequentazioni. Quindi, a differenza della società moderna, la sola ricchezza, pur basata sulle fondamenta privilegiate della proprietà terriera, non era sufficiente per salire ai vertici della società romana. Quelli che oggi definiremmo imprenditori - commercianti, banchieri, artigiani - non facevano parte dell'elite, e dai membri di questa erano disprezzati. In epoca classica tra uomini liberi e schiavi esisteva un ampio spettro di possibilità. Nel mondo romano si distingueva tra uomini liberi, servi, schiavi. Mentre questi ultimi erano proprietà di un uomo libero, i servi erano privi di libertà ma non erano proprietà di alcuno. All'interno di queste categorie le differenze erano notevoli. Alcuni uomini liberi erano di fatto ridotti in una condizione analoga a quella dei servi a causa delle obbligazioni che derivavano dai debiti contratti. Tra gli schiavi ve n'erano di dotati di peculium, un capitale assegnato loro dal padrone che poteva da questo essere ritirato in ogni momento. In effetti questi schiavi erano artigiani o imprenditori, neozianti o prestatori di denaro che lavoravano in proprio più che per il loro padrone. Schiavi erano anche i manager degli affari dei grandi proprietari terrieri aristocratici; data la loro condizione essi non avevano la possibilità di giocare il ruolo economico creativo di una borghesia. Uomini liberi e schiavi spesso lavoravano fianco a fianco, anche se alcune attività pesanti, come il lavoro in miniera, era in prevalenza schiavile, come i servizi domestici erano monopolio di schiavi o ex-schiavi liberati dal loro padrone. Gli uomini liberi erano prevalentemente lavoratori autonomi, piccoli proprietari terrieri o affittuari di terreni altrui, commercianti o artigiani.. Tali occupazioni erano considerate inferiori, se non proprio volgari dall'elite aristocratica. Poco rilevante era l'apporto del lavoro salariato, riservato ai più poveri tra gli uomini liberi e limitato a situazioni casuali o stagionali. L'autore delinea anche le differenze nel mondo del lavoro tra Italia e provincia, Oriente e Occidente, tracciando un quadro dinamico delle varie categorie fino alle fasi finali dell'impero d'Occidente. Nelle campagne i piccoli proprietari terrieri a stento potevano trarre dal loro modesto lotto di che vivere. L'impiego da parte loro delle risorse disponibili era niente affatto ottimale. La terra, scarsa, era troppo sfruttata, con un impiego oltremisura dell'unico fattore di produzione abbondante, il tempo di lavoro del contadino. Dall'altro capo della scala sociale, i grandi latifondisti mostravano altrettanto disinteresse per l'efficienza, non certo perché stretti dalle dure necessità della sopravvivenza, ma per ragioni etiche ed estetiche. La ricchezza fondiaria era tradizionalmente considerata superiore perché secondo natura e perché i frutti della terra non erano sottratti a qualcun altro. Diversamente, il commerciante realizzava il proprio guadagno a spese della buona fede altrui, vendendo a un prezzo superiore a quello d'acquisto. Non la produttività era apprezzata, ma l'amenità della vita agreste e l'autosufficienza, la possibilità di fornire la propria casa e di accogliere gli ospiti impiegando i frutti della terra posseduta, senza dover ricorrere ad acquisti. Non finiscono qui le differenze tra l'economia antica e l'economia moderna. La contabilità economica era inadeguata; per esempio non si teneva conto dell'ammortamento degli investimenti nei calcoli di redditività. Il ricco proprietario contraeva prestiti non per impiegarli produttivamente, ma per la dote di una figlia, per effettuare spese di lusso o per finanziare una carriera politica. La città antica manteneva stretti rapporti con la campagna circostante. Per gli antichi era inconcepibile una città senza solide fondamenta agrarie. Ovviamente una città raramente era completamente autosufficiente. Le risorse con le quali essa pagava le importazioni di cui aveva bisogno erano quattro: la produzione agricol delle zone rurali pertinenti alla città; la presenza di risorse speciali, come i metalli e prodotti agricoli particolari come il vino e l'olio; i servizi resi al commercio, per esempio strutture portuali, e il turismo; tasse, tributi, rendite provenienti dalla dominazione di città minori, doni offerti da personaggi soggetti alla sua autorità per ottenere vantaggi o da benefattori legati alla città. Ciò che manca tra le risorse è l'industria: nessun autore classico menziona artigianato e industria tra le fonti di ricchezza della città. Le città furono centri culturali, prima tra tutte Alessandria d'Egitto. Essa vantava il principale centro di ricerca dell'antichità, la famosa biblioteca e il museo, ma nessuno pensò di applicare quelle ricerche alle attività produttive. Ciò contrasta con il forte legame tra ricerca scientifica emondo produttivo che caratterizza l'età industriale moderna. Lo stato moderno ha numerosi e importanti obiettivi in campo economico, esplicitamente riconosciuti. E' superfluo enumerarli, in quanto basta pensare solo un istante a quanto tempo dell'attività di governo è dedicata a questioni economiche. Nell'antichità, lo stato greco interveniva nell'economia in modo inconsapevole, perseguendo fini di natura diversa: la sicurezza dei cittadini e la regolarità dell'approvvigionamento alimentare della città. Il finanziamento dei servizi pubblici era affidato a cittadini benestanti attraverso l'istituto della liturgia; era un motivo di vanto diffuso aver speso più del minimo richiesto per adempiere al proprio obbligo. L'impero romano introdusse l'imposta fondiaria, dalla quale risulto esente a lungo l'Italia, spostando il carico fiscale anche sui cittadini meno abbienti. La monetazione era prerogativa dello stato, sia nelle città indipendenti sia nell'impero romano. Tuttavia, i governanti degli stati antichi non avevano la minima consapevolezza delle esigenze monetarie dell'economia, diversamente dai governi degli stati moderni, che si preoccupano di fornire moneta in quantità sufficiente per i commerci, evitando allo stesso tempo di innescare processi inflazionistici. Gli esempi con i quali l'autore evidenzia la diversità sostanziale dell'economia antica dall'economia moderna sono numerosi e pertinenti. Tuttavia si ha l'impressione che l'autore voglia dimostrare un po' troppo, forse preso dai toni polemici nei confronti degli storici "modernisti", a suo parere eccessivamente inclini ad assimilare il mondo antico a quello moderno. Anche Finley, infatti, si rende responsabile di qualche semplificazione forzata e di qualche omissione in un disegno dell'economia moderna che emerge implicitamente dalla trattazione dell'antica. Ammesso e non concesso che nell'antichità tra gli obiettivi di chi gestiva le attività produttive non vi fosse una qualche forma di profitto, nessun economista contemporaneo si aspetta che una impresa moderna persegua esclusivamente il profitto, almeno nella sua accezione più semplice di differenza tra costi e ricavi del conto economico. Basta scorrere la sezione economica dei nostri quotidiani per rendersi conto che il termine "profitto" non è tra quelli più ricorrenti nel trattare delle strategie delle grandi imprese moderne. Anzi, la descrizioni delle battaglie legali per conquistare il controllo azionario di una impresa, gli sforzi per rafforzare la presenza nei mercati ed espandersi nella sfera controllata dai concorrenti sembrano l'equivalente moderno delle antiche battaglie. Il mondo contemporaneo non è omogeneo dal punto di vista economico. Sviluppo e sottosviluppo coesistono, come razionalità economica e inefficienza, modernità e arcaismo sociale e istituzionale. Sempre più consapevoli dell'indaguatezza della teoria economica nel rendere conto di ciò, gli economisti si sono adoperati per porvi rimedio, occupandosi negli ultimi decenni delle società preindustriali per comprendere le cause dello sviluppo economico. Fattori sociali e culturali sono entrati nei modelli economici più recenti, sia per trattare dei problemi delle società avanzate come di quelli delle società arcaiche. La rilevanza economica delle istituzioni sociali e politiche è ormai moneta corrente nel dibattito economico contemporaneo. E' possibile che i risultati di queste ricerche possano essere di qualche utilità per gli storici dell'antichità, i quali si occupano per l'appunto di società preindustriali e delle loro strutture politiche e sociali? Forse sì. La peculiarità delle istituzioni economiche antiche richiede l'elaborazione di strumenti analitici specifici, non certo di abbandonare qualsiasi sforzo di intrepretazione economica del mondo antico. Su questo, polemica a parte, sarebbe probabilmente d'accordo lo stesso Finley. Giampiero Marcello | |
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To study the economies of the ancient world, one must begin by discarting many premises that seemed self-evident before Sir Moses Finley showed that they were useless or misleading. Available again, with a new foreword by Ian Morris, these sagacious, fertile, and occasionally combative essays are just as electrifying today as when Finley first wrote them. | |
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Sir MOSES FINLEY, deceduto nel 1986, fu professore di Storia antica al Darwin College dell'Università di Cambridge. Le sue opere hanno dato un contributo inestimabile alla comprensione dell'economia nell'antichità. | |
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Indice del volume Foreword to Updated Edition by Ian Morris ix Preface 9 Some Dates for Orientation 11 Map: The Roman Empire in the Second Century A.D. 14 I. The Ancients and Their Economy 17 II. Orders and Status 35 III. Masters and Slaves 62 IV. LandIords and Peasants 95 V. Town and Country 123 VI. The State and the Economy 150 VII. Further Thoughts (1984) 177 Abbreviations and Short TitIes 208 Notes 211 Index 255
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GATC - Gruppo Archeologico del Territorio Cerite - www.gatc.it