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Il concetto di Eros, Bios e Thanatos (amore, vita e morte) per i nostri antenati EtruschiHo qui davanti ai miei occhi un bassorilievo etrusco, opera del VI sec., proveniente da Tarquinia e che si trova a Firenze, nel Museo Archeologico. Si tratta un bassorilievo interessante, suddiviso in sette riquadri di diversa grandezza,, forse in avorio. Le raffigurazioni trattano di scene mitologiche, cacce, battaglie e figure impregnate di mitologia. Nei primi tre riquadri superiori, due figure mitologiche: una figura antropizzata, forse una dea alata che porta sulla spalla destra un serpente. Nell’altra quella di destra una chimera, molto simile a quella d’Arezzo (un pezzo eccezionale, conosciuto in tutto il mondo, esposto nel Museo Archeologico di Firenze). Nella zona mediana del bassorilievo,, in tre piccoli riquadri sono rappresentate alcune paperelle, messe in fila , una dietro l’altra. Sotto, in un riquadro esteso quanto il bassorilievo, è raffigurata la lotta fra un centauro munito di una grossa clava e un uomo armato di una freccia. Entrambi stanno per scoccare il colpo decisivo sull’avversario, il colpo che deciderà la vita o la morte. Al centro del riquadro, posto in basso, una figura enigmatica, forse un guerriero, che sella un bellissimo cavallo dalla coda attorcigliata. Più a destra un’altra scena propone un leone che sta per azzannare una cerva. All’estremità destra del riquadro una figura maschile, forse si tratta del defunto (?), che guarda impassibile le scene in una posizione accovacciata e con le mani disposte sulle anche. Vincerà la vita (qui è simboleggiata la vita ultraterrena) o vincerà la morte? I singoli riquadri del bassorilievo sono suddivisi da una cornice a forma di nastro intrecciato, motivo che ritroviamo in molte altre opere etrusche. Come abbiamo detto tutte le scene sono impregnate dalla simbologia che ruota intorno al significato della vita, della morte e della rigenerazione. La morte, anzi l’attimo che precede la vita o la morte (thanatos) è rappresentata nei tre riquadri posti in basso del bassorilievo. Il pathos che accompagna queste scene dà veramente l’impressione che vita e morte siano legate e intrecciate fra di loro da un filo esilissimo. Forse anche le trecce delle code del cavallo e del minotauro alludono a questo A chi toccherà la vita (bios) e a chi toccherà la morte (thanatos)? A noi (mortali) non è dato sapere. Ma il fine escatologico in queste scene è evidente. Il passaggio dalla morte alla vita ultraterrena è sottinteso nei tre piccoli riquadri mediani, dalle paperelle, simbolo dell’inaffondabilità e quindi dell’immortalità: infatti questo animale può attraversare (passaggio dalla morte alla vita) senza alcun pericolo, la distesa d’acqua o la palude senza pericolo di affondare (etrnità). La scena superiore,sinistra, dove è raffigurato un uomo e una donna mentre compiono l’atto sessuale (eros), rappresenta in termini ultraterreni la capacità di riproduzione o meglio di rigenerazione. Non dobbiamo qui pensare ad una scena erotica fine a se stessa. Sempre nella parte superiore, nel riquadro centrale e di destra sono raffigurate una sorta di dea alata che sostiene un serpente (o altro animale mitologico) e la chimera. Entrambe rappresentano il mondo degli inferi. Per inferi non dobbiamo intendere il nostro inferno. Anche il Cristianesimo usa il termine “inferi” per definire il “regno dei morti” o meglio “la morte del corpo”. Nel Credo, preghiera cristiana, si dice che Cristo discese agli “inferi”, sottintendendo con questa definizione lo stato di morte corporale, insomma, il contrario della vita. Gli Etruschi intendevano per “inferi” il mondo dove abitavano le divinità telluriche, nel profondo della terra, e che per essi rappresentava l’aldilà, la vita eterna. In questo bellissimo e interessantissimo bassorilievo tarquinese, che si trova nel Museo Archeologico di Firenze, è rappresentata dunque la concezione vita-morte (bios-thanatos), l’amore generatore di vita etrena (éros-bios) e infine il “passaggio” al mondo dei “morti”, l’aldilà. Questa era la concezione escatologica dei nostri antenati etruschi e non possiamo certo affermare che esse non credessero in un’altra vita, quella ultraterrena, appunto Gennaio 2007 Paolo Campidori
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